L'Islanda si misura in acqua. Non in chilometri e nemmeno in ore di guida: in acqua che scende. Ne incontri una ogni pochi chilometri, ognuna con un nome che finisce in -foss e un carattere tutto suo — c'è quella che senti da lontano, quella che ti bagna gli occhiali, quella che devi cercare a piedi e che poi ti tieni per te. Il primo giorno ne ho contate quattro. Il secondo ho perso il conto, e da lì in avanti è cominciato il viaggio vero.
Sono Michela, e questo viaggio l'ho costruito io, sera dopo sera, al tavolo della cucina, con il portatile aperto e una guida ormai piena di orecchie. Alessandro ha messo l'ordine delle strade — lui è quello che guarda le distanze e dice «no, questo il giorno dopo» — io ho scelto i posti e prenotato gli alloggi, uno diverso quasi ogni notte. Cambiare casa tutte le sere è faticoso, lo so. È anche l'unico modo per attraversare davvero un'isola invece di girarci intorno.
Dal 9 al 21 agosto 2025, in senso antiorario: Golden Circle, Highlands, Þórsmörk, la costa sud delle spiagge nere, i ghiacciai del sud-est, i fiordi orientali, il nord del Mývatn e di Dettifoss, la penisola di Siglufjörður, e infine Snæfellsnes. Un'auto ritirata a Keflavík, una sola escursione guidata in tutto il viaggio, zero tour organizzati. Quello che segue è il diario, giorno per giorno, scritto come mi viene.
Giorno 1 · 9 agostoÞórufoss, Þingvellir, GullfossSi atterra all'alba, si prende una macchina e nel giro di sei ore si è già capito tutto: qui l'acqua comanda.


La numero uno si chiama Þórufoss e non era nemmeno in programma: l'abbiamo vista dalla strada, un taglio nel prato con del bianco dentro. Si accosta sul ciglio, si scende un sentiero di terra battuta e in tre minuti sei sul bordo di un canyon che non ti aspettavi. Cammino avanti con la giacca blu, Ale dietro con la macchina fotografica. Non c'è nessun altro. Sento l'acqua prima di vederla — e da qui in avanti sarà sempre così.
La due è Öxarárfoss, dentro il parco di Þingvellir. Qui la faccenda è diversa: si cammina su una passerella di legno fra due pareti di roccia, e quelle due pareti sono due continenti. Da una parte la placca nordamericana, dall'altra quella euroasiatica, in mezzo una faglia che si allarga di un paio di centimetri l'anno. Lo sapevo, l'avevo letto. Ma leggerlo e camminarci dentro non si somigliano per niente.



L'alloggio della prima notte è una casa di legno con una terrazza che dà su un fiume e su nient'altro. Ceniamo con quello che abbiamo comprato al supermercato e alle otto e mezza il sole è ancora alto: qui d'estate non fa mai davvero notte, e la luce delle nove di sera è la stessa delle quattro del pomeriggio, solo più bassa e più dorata. Andiamo a dormire che è ancora giorno. Non ci abitueremo mai.
Giorno 2 · 10 agostoDentro le Highlands, fino a LandmannalaugarDodici ore di sterrato, guadi, laghi dentro i crateri e una montagna che sembra dipinta.
Sveglia presto, perché oggi si lascia il mondo conosciuto. Le Highlands sono la grande terra vuota al centro dell'isola: niente paesi, niente distributori, niente asfalto — solo le F-road, sterrate ufficiali dove ogni tanto la strada finisce dentro un fiume e tu ci devi passare sopra. Alessandro guida, io tengo la mappa sulle ginocchia. Dopo un'ora si mette a piovere di traverso, poi smette di colpo, e sopra la Þjórsá si apre un arcobaleno intero, di quelli che nelle foto sembrano finti.


Poi arriva Sigöldugljúfur, e il conteggio si rompe. È un canyon di lava nera dentro cui, da tutta la parete, escono cascate: non una, non tre — una ventina, tutte insieme, tutte della stessa acqua turchese. Lo chiamano il canyon delle cascate e per una volta il soprannome è onesto. Provo a contarle e perdo il segno a metà. Ale ride: «vuoi contare anche queste?». No. Da qui in poi non conto più.

Si sale ancora e cominciano i laghi dentro i crateri. Ce ne sono a decine, in questa parte di isola: buchi lasciati da esplosioni di qualche migliaio di anni fa, riempiti d'acqua e rimasti lì. Ljótipollur vuol dire «la pozza brutta», e chi gliel'ha messo quel nome doveva avere una giornata storta: è una conca quasi perfetta con i bordi rossi come ruggine e dentro un blu compatto, senza un'increspatura.

A Landmannalaugar incontriamo Carlos e Javier, due spagnoli conosciuti mezz'ora prima al parcheggio, che stanno partendo per il nostro stesso sentiero e finiscono per farlo con noi. Non abbiamo una lingua in comune che funzioni davvero — un po' di inglese, molto a gesti — e camminiamo insieme per due ore ridendo di quanto siamo ridicoli tutti e quattro. La foto di gruppo è venuta male. L'ho tenuta lo stesso.

Si esce dalle Highlands alle sette e mezza di sera, con la luce bassa che rade la ghiaia e allunga ogni ombra. Ci fermiamo un'ultima volta a Tröllkonuhlaup — «il salto della trollessa» — dove il fiume si stringe fra due rocce nere. Nessuno intorno, per venti minuti nessuno. Poi torniamo sull'asfalto e la macchina, dopo dodici ore passate a farsi scuotere, sembra tirare un sospiro. Anche noi.
Giorno 3 · 11 agostoÞórsmörk in 4x4, poi la costa sudL'unico giorno in cui abbiamo lasciato guidare qualcun altro — e l'unico in cui non se ne poteva fare a meno.
Terzo giorno, e il paesaggio cambia faccia un'altra volta. Scendiamo verso sud e per chilometri ci sono solo distese di ghiaia nera — sabbia vulcanica trascinata a valle dalle piene glaciali — con dentro, ogni tanto, una collina verde isolata che sembra messa lì per sbaglio. Sono i sandur, le piane di esondazione. Quando esce il sole quel nero diventa lucido, e per venti minuti di fila la nostra macchina è l'unica cosa che si muove.

Dentro Þórsmörk succede una cosa che non avevo previsto: il verde. Fuori è tutto nero e grigio, qui invece il muschio ricopre ogni cosa — le colate di lava, i massi, i fianchi delle colline — di un giallo-verde acido che sembra illuminato da dentro. E sopra, a chiudere la valle, il bordo bianco di un ghiacciaio. Ghiaccio e muschio nella stessa inquadratura, ad agosto.
La guida ci indica quel ghiacciaio là in fondo: è l'Eyjafjallajökull, quello che nel 2010 ha fermato mezza Europa. Adesso è una linea bianca tranquilla sopra una valle piena di fiori. Mi fermo a guardarlo un po' più del necessario. Non è che faccia paura: è che quando ti dicono che quella cosa bianca e immobile ha bloccato centomila voli, la scala del posto ti si sistema in testa tutta insieme.

Mi fermo prima dell'ultimo tratto e resto indietro apposta. Sento gli altri davanti, le voci che rimbombano e si allontanano, e per un minuto sono sola dentro una cosa alta trenta metri e larga tre, con la luce che scende da una fessura in cima. Non credo di aver mai sentito un silenzio così pieno di rumore.
Il pomeriggio è tutto così: gole strette, torrenti da guadare, cascate laterali che sulle mappe non esistono. Le pareti gocciolano, le scarpe fanno rumore di spugna, ogni curva del sentiero apre qualcosa. In un punto l'acqua scende da una fenditura larga due metri, come se qualcuno avesse tagliato la roccia con un coltello. Ci passo sotto e mi bagno tutta. Ne valeva la pena.
Torniamo alla macchina nel tardo pomeriggio e la giornata avrebbe già dato tutto, ma la strada verso l'alloggio passa da Skógafoss, e a Skógafoss non si tira dritto: sessanta metri di fronte unico, largo venticinque, che ti sputa addosso una nebbia costante da cinquanta metri di distanza. A cinque minuti a piedi da lì, dietro il museo, comincia un sentiero che quasi nessuno prende: porta a Kvernufoss, nascosta dentro una gola verde, e ha una cosa che Skógafoss non ha — ci puoi passare dietro.
Ultima fermata alle otto di sera, con il sole ancora alto: Seljalandsfoss, l'altra cascata che si gira dietro, e accanto Gljúfrabúi, che si nasconde dentro una fessura nella roccia e per vederla devi entrare nel torrente. Usciamo fradici, con le scarpe che fanno rumore e i telefoni salvi per miracolo. Tre giorni, e questo posto non ha ancora finito di presentarsi.
Giorno 4 · 12 agostoPuffin, sabbia nera e un canyon di muschioIl giorno in cui ho trattenuto il respiro per non spaventare un uccello, e in cui l'oceano ci ha rimessi in riga.
La giornata comincia in barca, cosa che in Islanda non ti aspetti mai: una laguna piccola davanti alla lingua di un ghiacciaio, un gommone, dieci persone con il giubbotto arancione e una guida che spegne il motore in mezzo per farci sentire il rumore del ghiaccio che si assesta. È un suono che non somiglia a niente — scricchiolii, gocce, ogni tanto un colpo secco da qualche parte dentro la massa bianca.

Ci sediamo a terra per non spaventarli e restiamo fermi. In venti minuti ne arrivano una decina, alcuni a meno di un metro: si sistemano fra i fiori gialli, si guardano intorno, ripartono con quel volo goffo che sembra sempre sul punto di non funzionare. Io trattengo il respiro per non muovermi. Ce ne andiamo con una trentina di foto e un sorriso che non se ne va per il resto del giorno.

In fondo alla spiaggia c'è Hálsanefshellir, una grotta scavata nel basalto con il soffitto fatto di colonne esagonali incastrate una nell'altra, come le canne di un organo rovesciate. Ci entriamo, e da dentro l'oceano si vede incorniciato in un arco nero. Poi saliamo alla chiesetta bianca col tetto rosso che domina Vík: è una delle immagini più riconoscibili dell'isola, e in tre minuti capisco perché.


Giorno 5 · 13 agostoColonne di basalto, un ghiacciaio, gli icebergIl giorno più lungo e più bello: si comincia con un organo di pietra e si finisce con blocchi di ghiaccio che pesano quanto un palazzo.
Si parte alle otto con una luce che sembra finta. La strada verso est corre dritta fra prati verdissimi e montagne che diventano ogni chilometro più bianche in cima: siamo sotto il Vatnajökull, la calotta glaciale più grande d'Europa, ottomila chilometri quadrati di ghiaccio che da qui si vedono solo come un bordo che non finisce.


Nel pomeriggio scendiamo verso la lingua dello Skaftafellsjökull. Una colata di ghiaccio enorme che scivola giù dalla calotta e si infila nella valle, sporca di cenere vulcanica sui bordi, con davanti un laghetto grigio pieno di pezzi staccati. Da lontano sembra ferma. In realtà si muove di qualche centimetro all'anno, schiacciata dal proprio peso.





Poi c'è Múlagljúfur, che non era in programma e che è diventato uno dei miei posti preferiti di tutto il viaggio. Ci si arriva per una sterrata che sembra sbagliata, si cammina venti minuti su un sentiero non segnato, e a un certo punto il terreno si apre: un canyon con le pareti verdi di muschio, due cascate che scendono da fondo, e in cima, oltre tutto, la lingua bianca di un ghiacciaio. Non c'è un cartello. Non c'è un bar. Ci sono tre persone in totale, noi compresi.
E poi, verso le cinque, arriviamo all'icona: la laguna di Jökulsárlón. È un bacino profondo duecentocinquanta metri, nato appena negli anni Trenta quando il ghiacciaio ha cominciato a ritirarsi, dove blocchi enormi si staccano dal fronte e galleggiano lentissimi verso il mare. Il blu del ghiaccio antico è una cosa che non avevamo mai visto: metallico, opaco, profondo, del tutto diverso dall'azzurro dell'acqua.
Restiamo un'ora abbondante in silenzio a guardarli passare. Alcuni hanno forme appuntite come sculture, altri sono cavità da cui filtra una luce azzurrissima. Mi viene un nodo in gola che non so spiegare — sono soltanto blocchi di ghiaccio, lo so. Ma quando capisci che quel «blocchetto» lì pesa quanto un palazzo e si è formato secoli fa dentro la calotta, qualcosa nella testa si riallinea.
A cinquecento metri da lì la laguna sfocia in mare, e la risacca rimanda a riva i pezzi più piccoli. Si chiama Diamond Beach e per una volta il nome turistico ci sta: blocchi di ghiaccio trasparente appoggiati sulla sabbia nera, con il sole di sera che ci passa attraverso. Ne prendo uno in mano. È vecchio di secoli e mi si scioglie fra le dita in un minuto.
Giorno 6 · 14 agostoSu per i fiordi dell'estLa giornata più «on the road» del viaggio: curve lente, baie chiuse, e per venti minuti di fila nessuno.
Si lascia la costa sud e si comincia a risalire verso est. Cambia tutto un'altra volta: le montagne si fanno più tonde, il vento cala, le strade si allungano lungo baie chiuse dove il mare è così fermo da sembrare un lago. I fiordi orientali sono la parte d'Islanda che quasi nessuno percorre, perché sono lontani da tutto e perché ci vuole un giorno intero per farne quattro.
La mattina è tutta di spiagge vuote. Ci fermiamo tre o quattro volte senza un motivo preciso, solo perché la strada scendeva al mare e valeva la pena. Camminiamo su ciottoli neri lucidi che rotolano sotto i piedi con un rumore di biglie, con il sole che va e viene fra le nuvole e cambia il colore dell'acqua ogni due minuti.


Verso le cinque, mentre attraversiamo l'altopiano fra due fiordi, si mette a piovere e poi smette nel giro di dieci minuti — cosa che qui succede sei volte al giorno. Quando riprende il sole si apre un arcobaleno che sta esattamente sopra la strada che stiamo facendo, da una montagna all'altra. Alessandro accosta senza dire niente. Restiamo lì finché non svanisce.
L'ultimo tratto è una sterrata che sale su un valico e scende dall'altra parte, in mezzo a un nulla verde in cui le uniche presenze sono le pecore — che in Islanda sono ovunque, non hanno recinti e attraversano la strada con la calma di chi sa di avere la precedenza. Ne troviamo due ferme in mezzo alla carreggiata che ci fissano finché non spegniamo il motore. Poi si spostano. Con comodo.
Giorno 7 · 15 agostoSeyðisfjörður e la cascata a stratiUna strada arcobaleno dipinta per terra, una chiesa azzurra, e una parete di roccia che racconta sei milioni di anni.
Per arrivare a Seyðisfjörður si scende da un passo con una serie di tornanti che sembrano infiniti, e lungo la discesa il torrente che accompagna la strada fa una cascata dietro l'altra. Ci fermiamo tre volte in dieci chilometri. L'ultima si chiama Gufufoss e ha una pozza sotto in cui l'acqua gira su sé stessa senza andare da nessuna parte.

Dentro la chiesa non c'è nessuno e non c'è niente: banchi di legno chiaro, un tappeto rosso, un piccolo organo e una luce bianca che entra dalle finestre alte. Ci sediamo in fondo per qualche minuto senza un motivo particolare. Alessandro, che in chiesa non ci entra mai, resta lì più di me.
Sopra il paese sale una valle verde piena di torrenti, e più in alto, dove il terreno diventa spugnoso, comincia il cotone di palude: migliaia di fiocchi bianchi su steli sottili che si muovono tutti insieme quando passa il vento. Ne tocco uno. È esattamente quello che sembra — cotone.

Ma il colpo è in cima. Hengifoss cade per centoventotto metri dentro una parete a strisce: strati grigi di basalto alternati a strati rossi di argilla, uno sopra l'altro come una torta tagliata. Ogni striscia rossa è un periodo caldo fra due eruzioni. Guardando quella parete stai guardando qualche milione di anni impilati, e l'acqua ci passa in mezzo come se niente fosse. Sotto, la pozza è di un turchese che a questo punto del viaggio non mi stupisce più — e questa, in fondo, è la cosa più assurda di tutte.
Giorno 8 · 16 agostoDettifoss, il nord, GoðafossLa cascata più potente d'Europa al mattino, una vasca calda sull'oceano al pomeriggio, gli dèi buttati nell'acqua alla sera.
Di Dettifoss mi avevano detto «è la più potente d'Europa» e io avevo annuito senza capire davvero cosa volesse dire. Vuol dire questo: quarantacinque metri di salto, cento di larghezza, e fino a cinquecento metri cubi d'acqua al secondo che ci passano dentro. La senti a un chilometro. Il terreno vibra. E l'acqua non è bianca, è grigia — piena di sedimento raschiato via dal ghiacciaio a monte.

Ci si avvicina fin dove si riesce a stare in piedi, che è più vicino di quanto sarebbe ragionevole: non ci sono parapetti, solo roccia bagnata e un cartello che invita al buon senso. La pietra sotto i piedi è viscida, ogni tanto un'onda di vapore ti investe, e c'è qualcosa di intimidatorio in una cascata così — non è solo bella, è quasi violenta. Ci scattiamo due foto indietreggiando e ridiamo del nostro stesso timore.
Alessandro tira fuori il drone — l'ha portato per tredici giorni e l'ha alzato tre volte in tutto — e da lassù il canyon si capisce finalmente: una spaccatura dritta nella roccia nera, lunga chilometri, con il fiume che ci sta dentro a fatica. Da terra vedi una cascata. Da cinquanta metri vedi il motivo per cui esiste.
Due chilometri più a valle c'è Hafragilsfoss, meno famosa e con un canyon ancora più bello. Poi ci spostiamo a Ásbyrgi, una conca a forma di ferro di cavallo lunga tre chilometri e chiusa da pareti verticali di cento metri. La leggenda dice che l'ha lasciata lo zoccolo di Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino. La geologia dice che è il segno di un'alluvione glaciale catastrofica. Dentro c'è un laghetto immobile e un bosco di betulle — un bosco, in Islanda, che è già di per sé una notizia.

Húsavík è il posto da cui partono le barche per le balene, ed è un paesino di duemila abitanti con le case di legno colorate specchiate nell'acqua del porto. Noi le balene non le abbiamo cercate — avevamo già speso la giornata — ma ci siamo seduti sul molo a guardare le barche rientrare, con il sole delle cinque che faceva sembrare tutto più caldo di quanto fosse.
Ultima tappa alle sei: Goðafoss, «la cascata degli dèi». Non è alta — dodici metri — ma è larga trenta e disegna una curva così regolare da sembrare progettata. Il nome viene da una storia dell'anno 1000: quando l'Islanda decise di convertirsi al cristianesimo, il capo che aveva preso la decisione tornò a casa e buttò qui dentro le statue dei suoi vecchi dèi pagani. Una cartolina perfetta con mille anni di storia dietro, che è la combinazione che mi piace di più.
Giorno 9 · 17 agostoBasalto e zolfo: la terra che fumaCascate dentro colonnati di pietra la mattina, e nel pomeriggio un posto che sembra un altro pianeta e puzza di uova marce.
Giornata di strade sterrate e di cascate senza nessuno. Ci infiliamo in una valle interna seguendo una traccia sulla mappa e per due ore non incrociamo un'auto. La prima sosta è una cascata incassata in un semicerchio di colonne basaltiche così regolari che sembrano tagliate a macchina: l'acqua ci cade davanti come una tenda.

Poi ne troviamo un'altra, e un'altra ancora, tutte sullo stesso torrente, tutte senza cartello e senza parcheggio. In Islanda le cascate sono così tante che quelle di serie B sarebbero il monumento nazionale di qualunque altro paese. Qui ci si passa accanto e si tira dritto — e a metà mattina ci siamo accorti che lo stavamo facendo anche noi.
Nel pomeriggio arriviamo al lago Mývatn, che è il centro di una delle zone vulcaniche più attive dell'isola. Il paesaggio si svuota di verde e si riempie di crateri: ce n'è uno, lo Hverfjall, che è un cono di cenere nera perfetto, largo un chilometro, alto centosessanta metri, nato in una singola eruzione di duemilacinquecento anni fa. Da lontano sembra un cumulo di carbone lasciato lì da un gigante.

E l'odore. L'odore di zolfo qui è una presenza fisica: entra nei vestiti, resta nella macchina, si sente ancora la sera in albergo. Uova marce, per essere precisi. Alessandro storce il naso per tutto il tempo e io non riesco a smettere di guardarmi intorno — perché è brutto, davvero brutto, ed è la cosa più aliena che abbia mai visto.
Giorno 10 · 18 agostoLe aringhe di Siglufjörður e i tetti d'erbaUn museo che ti spiega un'intera economia scomparsa, un faro con le pecore, e case che sembrano cresciute dal prato.
Si attraversa il nord da est a ovest, e la prima cosa che si incontra è Siglufjörður, in fondo a un fiordo strettissimo, raggiungibile solo attraverso tre gallerie scavate nella montagna. Negli anni Quaranta questo paese aveva diecimila abitanti stagionali ed era la capitale mondiale dell'aringa; oggi ne ha milleduecento. In mezzo c'è stato il 1969, l'anno in cui le aringhe semplicemente non sono più tornate.

E poi ci sono le stanze delle síldarstúlkur, le ragazze dell'aringa: arrivavano da tutta l'Islanda per la stagione, dormivano in otto per camera e pulivano pesce dodici ore al giorno pagate a barile. Nella cucina ricostruita ci sono i piatti sul tavolo e la finestra che dà sul fiordo. Mi ci fermo più del previsto. È strano visitare un posto costruito su un lavoro che non esiste più e su un pesce che se n'è andato.
Fuori dal paese, su un promontorio a picco sul mare, c'è un faro arancione acceso in mezzo a un prato verdissimo, e intorno al faro pascolano una decina di pecore che non si spostano di un centimetro quando ci avviciniamo. Una si mette in posa. Non sto esagerando: si gira, ci guarda, e resta ferma finché non abbiamo finito.

Ma la cosa che mi resterà di questa giornata sono le case di torba. Per secoli gli islandesi hanno costruito così, perché il legno non c'era e la pietra da sola non isola: muri di zolle erbose spessi un metro e mezzo, tetto di erba viva, struttura di legno recuperato dai relitti. Il risultato è che la casa sparisce: da lontano vedi una gobba nel prato, e solo quando sei a venti metri capisci che ha una porta e una finestra.
Ce n'è una, minuscola, con la cornice della finestra dipinta di giallo e l'erba del tetto tagliata di fresco. Ci entro e mi siedo un attimo sulla panca di legno. È buio, fa caldo, profuma di terra. Mi commuovo un po', come mi capita sempre davanti alle architetture che non si oppongono al paesaggio ma ci si mettono dentro.
Giorno 11 · 19 agostoL'acqua che esce dalla lavaUna giornata di trasferimento con dentro la cosa più strana vista in tutto il viaggio.
Ci sono giornate che servono solo a spostarsi, e in un viaggio da tredici giorni bisogna metterle in conto. Questa è una di quelle: quattrocento chilometri per attraversare l'isola da nord-ovest verso ovest. Partiamo presto da una cittadina di case basse con una chiesa bianca e un campanile appuntito, e per due ore la strada è dritta in mezzo a campi vuoti.
Poi, verso l'una, arriviamo a Hraunfossar, e questa è la cosa più strana che abbia visto in Islanda — e la concorrenza era agguerrita. Non è una cascata: è un chilometro intero di parete da cui esce acqua. Non da sopra, non da un fiume: dalla parete, da centinaia di piccoli rivoli che spuntano fra le rocce, tutti alla stessa altezza, tutti insieme.
La spiegazione è che sopra c'è un campo di lava porosa lungo chilometri, e la pioggia e l'acqua di fusione del ghiacciaio ci filtrano dentro e viaggiano sottoterra finché non trovano lo strato impermeabile — e a quel punto escono tutte insieme, lungo la linea in cui la lava incontra la roccia. Sapere come funziona non lo rende meno assurdo da guardare. Sembra che la collina stia perdendo.

Davanti alla montagna c'è una cascatella su tre salti, ed è quella combinazione — l'acqua davanti, il cono dietro — che ha fatto la fortuna del posto. Ci sono venti persone con il cavalletto tutte allineate sullo stesso metro quadro. Ci mettiamo in fila anche noi e ridiamo di noi stessi mentre lo facciamo.
Giorno 12 · 20 agostoSnæfellsnes: l'Islanda in miniaturaCento chilometri di penisola che contengono tutto quello che abbiamo visto in dodici giorni. E in fondo, una cascata da duecento metri.
La chiamano «l'Islanda in miniatura» e per una volta lo slogan è onesto: in cento chilometri di penisola c'è un ghiacciaio, un vulcano, colate di lava, scogliere di basalto, spiagge dorate e spiagge nere, villaggi di pescatori e campi di muschio. È l'ultimo giorno pieno e lo dedichiamo tutto a questo.
Cominciamo dal Kirkjufell alle nove del mattino, con l'acqua ferma e la montagna specchiata dentro. La luce gira ogni quarto d'ora e la foto cambia ogni volta. Alessandro mi prende in giro perché non riesco a staccarmi: «ne abbiamo cento, quante te ne servono?». Una di più. Sempre una di più.
A metà mattina, un'altra cascata senza nessuno — Kerlingarfoss — e ormai ci arriviamo con la naturalezza di chi si ferma a fare benzina. Poi la costa nord della penisola: Skarðsvík, che è una spiaggia di sabbia dorata, l'unica di tutta l'Islanda, chiusa fra due lingue di lava nera. Il contrasto è talmente violento da sembrare fotoritoccato.


A Búðir c'è una chiesetta di legno completamente nera, in mezzo a un campo di lava coperto d'erba, senza un paese intorno: solo lei, il cimitero con dieci croci e il mare dietro. È del 1848 ed è forse l'edificio più fotografato d'Islanda dopo la cattedrale di Reykjavík. In una giornata di sole sembra un errore di stampa.
E poi, per chiudere, la sorpresa. Sulla strada del rientro verso Reykjavík si passa dallo Hvalfjörður, il «fiordo delle balene», e in fondo a una valle laterale c'è Glymur: per decenni la cascata più alta d'Islanda, quasi duecento metri. Non si vede dalla strada. Bisogna camminare un'ora e mezza in salita, attraversare un fiume su un tronco con una corda tesa e risalire un crinale esposto.
Ci arriviamo alle sei di sera, con le gambe finite, e ci sediamo su una roccia sul bordo. Da lì si vede tutto insieme: il salto che precipita dentro una gola verde di muschio, il canyon che scende verso il basso per chilometri, e in fondo, oltre l'ultima curva, il mare. Restiamo zitti per un pezzo. È l'ultima cosa vera del viaggio e lo sappiamo tutti e due.
Giorno 13 · 21 agostoReykjavík, e poi viaTre ore in città e un aereo. L'ultima cosa che vediamo è fatta della stessa pietra della prima.

Saliamo alla Hallgrímskirkja, la cattedrale che si vede da tutta la città, e mi metto a ridere da sola: la facciata è fatta di canne di pietra che salgono a gradoni ai lati del campanile, ed è la copia dichiarata delle colonne basaltiche. Le stesse che avevo davanti a Svartifoss il quinto giorno, e in quella valle senza nome il nono. L'architetto ci ha messo quarantun anni a costruirla, e l'idea l'ha presa da una cascata.
Mi sembra un modo giusto di finire. Tredici giorni fa questa forma non la sapevo nemmeno riconoscere; adesso la vedo in mezzo a una città e mi ricorda un posto preciso, un'ora precisa, il freddo che avevo addosso. È questo che ti porti a casa da un viaggio così: non i posti, ma il fatto che dopo li riconosci.
Tornare a casa dopo tredici giorni di Islanda è una faccenda strana. Per una settimana continui a svegliarti alle sei senza motivo, e la sera alle nove ti stupisci che sia buio. Il telefono è pieno di foto che non riesci a guardare tutte in una volta, e ogni volta che ne apri una ti torna in mente il freddo che c'era, che nella foto non si vede.
Le foto rendono la scala e non rendono il vento. Rendono il turchese e non rendono il rumore. Le mani gelate, l'odore di lana bagnata dentro la macchina, il silenzio dei fiordi la mattina presto — quelli te li devi immaginare. E l'Islanda non ti lascia il tempo di sistemare le cose mentre le vivi: te le mette una addosso all'altra, e poi ti abbandona a rimetterle in ordine mesi dopo, davanti a un portatile, mentre provi a raccontarle.
Se ci vai, l'unica cosa che mi sento di dirti è questa: non riempire le giornate. Lascia dei buchi. In Islanda le cose migliori succedono nei buchi — Þórufoss, Sigöldugljúfur, Kvernufoss e quella gola senza nome del quinto giorno non erano su nessuna delle mie liste.
E no, non ho smesso davvero di contare le cascate. Ho solo cambiato unità di misura: adesso conto i giorni che mancano al prossimo viaggio. Magari di nuovo qui, ma d'inverno, per provare a vedere l'aurora.





































































































































































































