Islanda

Islanda 2 — tredici giorni contando le cascate

3 agosto 2026

L'Islanda si misura in acqua. Non in chilometri e nemmeno in ore di guida: in acqua che scende. Ne incontri una ogni pochi chilometri, ognuna con un nome che finisce in -foss e un carattere tutto suo — c'è quella che senti da lontano, quella che ti bagna gli occhiali, quella che devi cercare a piedi e che poi ti tieni per te. Il primo giorno ne ho contate quattro. Il secondo ho perso il conto, e da lì in avanti è cominciato il viaggio vero.

Sono Michela, e questo viaggio l'ho costruito io, sera dopo sera, al tavolo della cucina, con il portatile aperto e una guida ormai piena di orecchie. Alessandro ha messo l'ordine delle strade — lui è quello che guarda le distanze e dice «no, questo il giorno dopo» — io ho scelto i posti e prenotato gli alloggi, uno diverso quasi ogni notte. Cambiare casa tutte le sere è faticoso, lo so. È anche l'unico modo per attraversare davvero un'isola invece di girarci intorno.

Dal 9 al 21 agosto 2025, in senso antiorario: Golden Circle, Highlands, Þórsmörk, la costa sud delle spiagge nere, i ghiacciai del sud-est, i fiordi orientali, il nord del Mývatn e di Dettifoss, la penisola di Siglufjörður, e infine Snæfellsnes. Un'auto ritirata a Keflavík, una sola escursione guidata in tutto il viaggio, zero tour organizzati. Quello che segue è il diario, giorno per giorno, scritto come mi viene.

Giorno 1 · 9 agostoÞórufoss, Þingvellir, GullfossSi atterra all'alba, si prende una macchina e nel giro di sei ore si è già capito tutto: qui l'acqua comanda.

Acqua turchese che scende a gradoni fra rocce scure e vegetazione
Brúarfoss — il primo turchese del viaggio

Vista dal finestrino dell'aereo sopra le nuvole con una striscia arancione all'orizzonte
Sopra le Færøer, all'una di notte
Il viaggio comincia all'una di notte, a diecimila metri, con la faccia schiacciata contro l'oblò. Sotto di noi ci sono le Færøer: isole nere in mezzo a un mare che non è mai del tutto buio, e una striscia arancione all'orizzonte che non si decide fra il tramonto e l'alba. Alessandro dorme. Io no. Questo volo l'ho aspettato per mesi e non ho la minima intenzione di perdermelo.

Strada sterrata che attraversa un campo erboso verso colline lontane
La prima sterrata
Keflavík al mattino, la coda al banco dell'autonoleggio, le chiavi in mano e la sensazione ridicola di aver vinto qualcosa. Usciamo dall'aeroporto e in venti minuti l'asfalto lascia il posto a una sterrata che taglia il verde fino all'orizzonte. Ci fermiamo subito, ovviamente, per la prima foto — che sarà la prima di quattrocento. E fa freddo. È il 9 agosto e fa freddo: questa cosa devo ancora imparare ad accettarla.

Persona con giacca blu su un sentiero verso una cascata in un canyon verde
Verso Þórufoss
Sentiero lungo il bordo di un canyon con cascata sul fondo
Il canyon dall'alto
Due persone camminano lungo la riva di un fiume fra colline verdi
Sul greto

La numero uno si chiama Þórufoss e non era nemmeno in programma: l'abbiamo vista dalla strada, un taglio nel prato con del bianco dentro. Si accosta sul ciglio, si scende un sentiero di terra battuta e in tre minuti sei sul bordo di un canyon che non ti aspettavi. Cammino avanti con la giacca blu, Ale dietro con la macchina fotografica. Non c'è nessun altro. Sento l'acqua prima di vederla — e da qui in avanti sarà sempre così.

Grande getto d'acqua che cade in una pozza circondata da rocce
Il salto di Þórufoss
Fiume che scorre fra le rocce verso una cascata
Öxarárfoss, dentro Þingvellir

La due è Öxarárfoss, dentro il parco di Þingvellir. Qui la faccenda è diversa: si cammina su una passerella di legno fra due pareti di roccia, e quelle due pareti sono due continenti. Da una parte la placca nordamericana, dall'altra quella euroasiatica, in mezzo una faglia che si allarga di un paio di centimetri l'anno. Lo sapevo, l'avevo letto. Ma leggerlo e camminarci dentro non si somigliano per niente.

Acqua di un turchese intenso che scende in cascata fra le rocce
Brúarfoss
Acqua che scorre su rocce coperte di muschio
Muschio e corrente
Acqua che scorre e cade su rocce in un paesaggio naturale
La Brúará

Selfie di coppia davanti al grande salto d'acqua di Gullfoss
Io e Ale a Gullfoss
La tre è quella che aspettavo davvero: Brúarfoss. Ci si arriva risalendo il fiume a piedi, e quando l'acqua compare mi fermo e per un po' non dico niente. È turchese. Non azzurra, non verde: turchese, di un turchese che non sapevo appartenesse all'acqua vera. Alessandro mi guarda con la faccia di chi ha vinto una discussione. Resto seduta sul bordo molto più del previsto, con le mani gelate, solo a guardare quel colore.

Visitatori osservano il grande salto d'acqua fra rive verdi e rocciose
Gullfoss — la quattro, e la più rumorosa
Gruppo di persone osserva un grande salto d'acqua fra colline verdi
Il sentiero sul bordo
Acqua che precipita da un dirupo fra colline verdi
Il secondo salto
Acqua che cade da un dirupo roccioso con vegetazione verde intorno
Dal ciglio del canyon
Acqua che cade da un dirupo fra colline verdi e rocce
Gullfoss

Un uomo accarezza un cavallo islandese oltre una recinzione di legno
Il primo cavallo
Gullfoss non si guarda: si incassa. La senti da centinaia di metri, un rombo basso che arriva nello sterno prima che nelle orecchie, e quando sei sul ciglio del canyon capisci che le foto non serviranno a niente — restituiscono una porzione, e la porzione non è il punto. Ci facciamo un selfie con le facce rosse di vento e i capelli impossibili, ridendo come due che sono appena arrivati e lo sanno benissimo.

Cavallo islandese che guarda oltre il recinto in un campo verde
Cavalli islandesi
Palo in un campo con fiume e colline sullo sfondo
La vista dall'alloggio
Campo erboso con fiume e capanno di legno alla luce bassa del sole
Le otto e mezza di sera

Terrazza di legno con tavolo e sedie affacciata su un paesaggio aperto
La casa della prima notte
Sulla strada del rientro, un recinto di legno e tre cavalli islandesi fermi a guardarci. Accostiamo. Sono bassi, tozzi, con la criniera che gli cade sugli occhi, e quando Ale allunga la mano uno si avvicina e si lascia toccare senza fretta, come se ci conoscesse da sempre. Mi commuovo per una cosa piccolissima e non so spiegare bene perché. Forse perché è il primo pezzo d'Islanda che risponde.

L'alloggio della prima notte è una casa di legno con una terrazza che dà su un fiume e su nient'altro. Ceniamo con quello che abbiamo comprato al supermercato e alle otto e mezza il sole è ancora alto: qui d'estate non fa mai davvero notte, e la luce delle nove di sera è la stessa delle quattro del pomeriggio, solo più bassa e più dorata. Andiamo a dormire che è ancora giorno. Non ci abitueremo mai.

Giorno 2 · 10 agostoDentro le Highlands, fino a LandmannalaugarDodici ore di sterrato, guadi, laghi dentro i crateri e una montagna che sembra dipinta.

Pianura con fiori bianchi e montagne colorate sullo sfondo
Landmannalaugar — cotone di palude e rioliti

Sveglia presto, perché oggi si lascia il mondo conosciuto. Le Highlands sono la grande terra vuota al centro dell'isola: niente paesi, niente distributori, niente asfalto — solo le F-road, sterrate ufficiali dove ogni tanto la strada finisce dentro un fiume e tu ci devi passare sopra. Alessandro guida, io tengo la mappa sulle ginocchia. Dopo un'ora si mette a piovere di traverso, poi smette di colpo, e sopra la Þjórsá si apre un arcobaleno intero, di quelli che nelle foto sembrano finti.

Fiume che serpeggia fra pianure verdi e montagne lontane
La Þjórsá dall'alto
Strada lungo un fiume con un arcobaleno nel cielo
L'arcobaleno delle nove del mattino
Vista dall'alto di un canyon con fiume, strada e montagne
Il canyon e la strada

Due getti gemelli che cadono in una conca di roccia basaltica
Hjálparfoss
La cinque è Hjálparfoss, due getti gemelli dentro una conca di basalto. È piccola, non è famosa, e c'eravamo noi e quattro persone in tutto. Il nome vuol dire più o meno «la cascata dell'aiuto»: era il punto in cui chi aveva attraversato il deserto interno ritrovava finalmente l'erba per i cavalli. Mi piace pensare che per secoli qualcuno si sia fermato esattamente dove mi sono fermata io, e per lo stesso identico motivo — perché lì si tornava a respirare.

Fiume che scorre fra colline e rocce sotto un cielo nuvoloso
Sopra Hjálparfoss
La sei è Háifoss, e qui bisogna sedersi. Centoventi metri di salto dentro un canyon strettissimo, il vapore che risale lungo le pareti e, nel punto in cui il sole lo prende, un arcobaleno che sta fermo e non se ne va più. Ci sediamo sul bordo — troppo vicino, probabilmente — e restiamo zitti cinque o sei minuti buoni. Non è che non ci sia niente da dire: è che qualunque cosa dici viene fuori più piccola di quello che hai davanti.

Cascata altissima dentro un canyon stretto con un arcobaleno sospeso nel vapore
Háifoss e il suo arcobaleno fisso
Cascata che precipita in un canyon con arcobaleno
Centoventi metri

Poi arriva Sigöldugljúfur, e il conteggio si rompe. È un canyon di lava nera dentro cui, da tutta la parete, escono cascate: non una, non tre — una ventina, tutte insieme, tutte della stessa acqua turchese. Lo chiamano il canyon delle cascate e per una volta il soprannome è onesto. Provo a contarle e perdo il segno a metà. Ale ride: «vuoi contare anche queste?». No. Da qui in poi non conto più.

Fiume che scorre in un canyon con cascate e rocce coperte di muschio
Il canyon delle cascate
Canyon di roccia nera con molte cascate laterali e un fiume turchese sul fondo
Sigöldugljúfur

Due persone abbracciate sul greto di un fiume con montagne dietro
Sul greto del fiume
Ci fermiamo a mangiare due panini seduti su un greto di sassi, con le montagne che si alzano da ogni lato e nessun rumore che non sia l'acqua. Alessandro mi tira contro di sé e scatta con il braccio teso: viene una foto storta, con metà cielo di troppo e le nostre facce in un angolo. Mi piace più di tante venute bene.

Lago che riflette una montagna sotto un cielo nuvoloso
Paesaggio vulcanico con lago e montagne in lontananza
Lago dentro un cratere vulcanico circondato da montagne

Si sale ancora e cominciano i laghi dentro i crateri. Ce ne sono a decine, in questa parte di isola: buchi lasciati da esplosioni di qualche migliaio di anni fa, riempiti d'acqua e rimasti lì. Ljótipollur vuol dire «la pozza brutta», e chi gliel'ha messo quel nome doveva avere una giornata storta: è una conca quasi perfetta con i bordi rossi come ruggine e dentro un blu compatto, senza un'increspatura.

Una persona osserva un lago blu dentro un cratere vulcanico
Una persona per la scala
Lago dentro un cratere vulcanico con bordi rossi e acqua blu
Ljótipollur, «la pozza brutta»
Lago e montagne sotto un cielo nuvoloso
Frostastaðavatn
Lago scuro che riflette il versante vulcanico e le nuvole
Il versante specchiato

Un'auto su una strada in un paesaggio montuoso con cielo nuvoloso
Sull'altopiano
Poco più avanti Frostastaðavatn, più cupo e più profondo, con il versante vulcanico che ci si specchia dentro come se fosse dipinto sull'acqua. Non c'è vento, non c'è un'onda, non c'è un suono. Restiamo lì dieci minuti senza parlare, e quando ripartiamo la macchina che si accende sembra una maleducazione.

Due persone camminano in un paesaggio montuoso dai colori accesi
La salita
Gruppo di quattro escursionisti in un paesaggio montuoso colorato
Con Carlos e Javier
Fianco di montagna con chiazze di neve, rocce e vegetazione bassa
Bláhnúkur, la neve di agosto

A Landmannalaugar incontriamo Carlos e Javier, due spagnoli conosciuti mezz'ora prima al parcheggio, che stanno partendo per il nostro stesso sentiero e finiscono per farlo con noi. Non abbiamo una lingua in comune che funzioni davvero — un po' di inglese, molto a gesti — e camminiamo insieme per due ore ridendo di quanto siamo ridicoli tutti e quattro. La foto di gruppo è venuta male. L'ho tenuta lo stesso.

Torrente che scorre fra rocce e montagne dai colori accesi
Brandsgil
Il posto è una tavolozza rovesciata: rioliti gialle, ocra, rosa, verdi, e strisce nere di ossidiana che tagliano di traverso il fianco delle montagne. In cima al Bláhnúkur c'è ancora neve, ad agosto. Scendiamo per Brandsgil, un vallone con un torrente in mezzo e le pareti che cambiano colore ogni cinquanta metri. Ho i pantaloni fradici fino al ginocchio e mi sento perfettamente al posto giusto.

Persona in posa accanto a un fuoristrada in un paesaggio montuoso
Prima di ripartire
Sentiero di ghiaia che scende verso un fiume con la luce bassa
Le sette e mezza di sera
Strada asfaltata che attraversa un paesaggio aperto con il sole basso
Di nuovo asfalto

Si esce dalle Highlands alle sette e mezza di sera, con la luce bassa che rade la ghiaia e allunga ogni ombra. Ci fermiamo un'ultima volta a Tröllkonuhlaup — «il salto della trollessa» — dove il fiume si stringe fra due rocce nere. Nessuno intorno, per venti minuti nessuno. Poi torniamo sull'asfalto e la macchina, dopo dodici ore passate a farsi scuotere, sembra tirare un sospiro. Anche noi.

Giorno 3 · 11 agostoÞórsmörk in 4x4, poi la costa sudL'unico giorno in cui abbiamo lasciato guidare qualcun altro — e l'unico in cui non se ne poteva fare a meno.

Gruppo di persone cammina su un sentiero fra colate di lava e muschi
Þórsmörk — lava nera e muschio giallo

Terzo giorno, e il paesaggio cambia faccia un'altra volta. Scendiamo verso sud e per chilometri ci sono solo distese di ghiaia nera — sabbia vulcanica trascinata a valle dalle piene glaciali — con dentro, ogni tanto, una collina verde isolata che sembra messa lì per sbaglio. Sono i sandur, le piane di esondazione. Quando esce il sole quel nero diventa lucido, e per venti minuti di fila la nostra macchina è l'unica cosa che si muove.

Collina verde isolata in una distesa di ghiaia vulcanica nera
Una collina in mezzo al niente
Pianura di muschio verde con montagne lontane sotto cielo azzurro
Il muschio del sud
Fiori rosa su un tappeto di muschio giallo
Fiori sul muschio

Persona accanto a un grande furgone bianco 4x4 su terreno ghiaioso
Il mezzo per Þórsmörk
Oggi la macchina la lasciamo. Per entrare a Þórsmörk servono guadi seri — fiumi glaciali che cambiano portata nel corso della giornata, anche di parecchio — e con la nostra non si passa: bisogna saperlo prima, non scoprirlo in mezzo all'acqua. Ci viene a prendere un furgone bianco 4x4 con le ruote da trattore e la pancia altissima. Salgo su un gradino che mi arriva al ginocchio e mi sento alta un metro.

Terreno selvaggio con muschi gialli e montagne in lontananza
Muschi gialli
Rocce e colate di lava coperte di muschio con ghiaccio sullo sfondo
Ghiaccio e muschio nella stessa inquadratura

Dentro Þórsmörk succede una cosa che non avevo previsto: il verde. Fuori è tutto nero e grigio, qui invece il muschio ricopre ogni cosa — le colate di lava, i massi, i fianchi delle colline — di un giallo-verde acido che sembra illuminato da dentro. E sopra, a chiudere la valle, il bordo bianco di un ghiacciaio. Ghiaccio e muschio nella stessa inquadratura, ad agosto.

Ghiacciaio con creste innevate oltre una valle verde
L'Eyjafjallajökull in fondo
Ghiacciaio visto da un terreno vulcanico coperto di muschio
Il bordo della calotta
Paesaggio montuoso con vegetazione e cielo azzurro
La valle interna

La guida ci indica quel ghiacciaio là in fondo: è l'Eyjafjallajökull, quello che nel 2010 ha fermato mezza Europa. Adesso è una linea bianca tranquilla sopra una valle piena di fiori. Mi fermo a guardarlo un po' più del necessario. Non è che faccia paura: è che quando ti dicono che quella cosa bianca e immobile ha bloccato centomila voli, la scala del posto ti si sistema in testa tutta insieme.

Fiume che scorre in una gola stretta con pareti ricoperte di muschio
Stakkholtsgjá — cento metri di gola, pareti di muschio, un torrente sul fondo

Una persona osserva un canyon con le pareti coperte di muschio
Dentro la gola
Poi entriamo in Stakkholtsgjá, e questa me la porto a casa. È una gola lunga un centinaio di metri e alta il doppio, con le pareti coperte di muschio e un torrente sul fondo che si attraversa saltando da un sasso all'altro. Più vai dentro più si stringe, più si stringe più fa buio, e più il rumore dell'acqua diventa grande. In fondo, in una specie di stanza rotonda, arriva una cascata dall'alto attraverso una fessura nella roccia.

Mi fermo prima dell'ultimo tratto e resto indietro apposta. Sento gli altri davanti, le voci che rimbombano e si allontanano, e per un minuto sono sola dentro una cosa alta trenta metri e larga tre, con la luce che scende da una fessura in cima. Non credo di aver mai sentito un silenzio così pieno di rumore.

Escursionista cammina lungo un sentiero fra rocce e un torrente
Sentiero fra le rocce
Acqua che cade in un canyon fra pareti coperte di muschio
Acqua dall'alto
Acqua che cade in una gola strettissima con pareti coperte di muschio
La fenditura
Una persona in posa davanti a una cascata in un canyon di muschio
Ale sotto il salto
Una persona osserva un salto d'acqua in un canyon verde
L'ultima gola

Il pomeriggio è tutto così: gole strette, torrenti da guadare, cascate laterali che sulle mappe non esistono. Le pareti gocciolano, le scarpe fanno rumore di spugna, ogni curva del sentiero apre qualcosa. In un punto l'acqua scende da una fenditura larga due metri, come se qualcuno avesse tagliato la roccia con un coltello. Ci passo sotto e mi bagno tutta. Ne valeva la pena.

Due persone davanti a un grande salto d'acqua fra rocce coperte di muschio
Skógafoss
Cascata che cade dentro una gola verde, vista da dietro il getto
Kvernufoss, la nascosta
Cascata vista attraverso un arco naturale di roccia coperto di muschio
Dall'arco di roccia

Torniamo alla macchina nel tardo pomeriggio e la giornata avrebbe già dato tutto, ma la strada verso l'alloggio passa da Skógafoss, e a Skógafoss non si tira dritto: sessanta metri di fronte unico, largo venticinque, che ti sputa addosso una nebbia costante da cinquanta metri di distanza. A cinque minuti a piedi da lì, dietro il museo, comincia un sentiero che quasi nessuno prende: porta a Kvernufoss, nascosta dentro una gola verde, e ha una cosa che Skógafoss non ha — ci puoi passare dietro.

Acqua che cade da una stretta fenditura fra rocce coperte di muschio
Gljúfrabúi, dentro la fessura
Cascata che scorre fra rocce ricoperte di muschio
L'acqua fra le rocce
Vista dal basso dell'acqua che cade davanti a una grotta rocciosa
Dietro Seljalandsfoss
Visitatori osservano la cascata che scende dalla scogliera verso il fiume
Dal prato

Ultima fermata alle otto di sera, con il sole ancora alto: Seljalandsfoss, l'altra cascata che si gira dietro, e accanto Gljúfrabúi, che si nasconde dentro una fessura nella roccia e per vederla devi entrare nel torrente. Usciamo fradici, con le scarpe che fanno rumore e i telefoni salvi per miracolo. Tre giorni, e questo posto non ha ancora finito di presentarsi.

Giorno 4 · 12 agostoPuffin, sabbia nera e un canyon di muschioIl giorno in cui ho trattenuto il respiro per non spaventare un uccello, e in cui l'oceano ci ha rimessi in riga.

Onde che lambiscono una spiaggia di sabbia nera e rocce vulcaniche
Reynisfjara — l'Atlantico contro la sabbia nera

La giornata comincia in barca, cosa che in Islanda non ti aspetti mai: una laguna piccola davanti alla lingua di un ghiacciaio, un gommone, dieci persone con il giubbotto arancione e una guida che spegne il motore in mezzo per farci sentire il rumore del ghiaccio che si assesta. È un suono che non somiglia a niente — scricchiolii, gocce, ogni tanto un colpo secco da qualche parte dentro la massa bianca.

Gruppo di persone in barca osserva un ghiacciaio con una cascata sullo sfondo
In barca sotto il ghiacciaio
Gruppo di persone osserva un grande ghiacciaio con lago in primo piano
La lingua di ghiaccio

Pulcinelle di mare su un pendio erboso vicino al mare
Puffin sul pendio
Poi si va a Dyrhólaey, e qui succede la cosa che aspettavo da mesi. Sulle scogliere nidificano migliaia di puffin, le pulcinelle di mare, e in agosto sono ancora in colonia. Sono creature ridicole e perfette — corpo nero, pancia bianca, becco arancione enorme che sembra disegnato da un bambino — e quando li vedi da vicino ti viene da ridere senza motivo.

Un puffin fra erba e fiori sul bordo della scogliera
A meno di un metro
Tre puffin su un pendio erboso con fiori gialli
Tre alla volta

Ci sediamo a terra per non spaventarli e restiamo fermi. In venti minuti ne arrivano una decina, alcuni a meno di un metro: si sistemano fra i fiori gialli, si guardano intorno, ripartono con quel volo goffo che sembra sempre sul punto di non funzionare. Io trattengo il respiro per non muovermi. Ce ne andiamo con una trentina di foto e un sorriso che non se ne va per il resto del giorno.

Spiaggia nera lungo la costa con onde e vegetazione verde
Scogliera isolata su una spiaggia nera con onde e colline verdi
Spiaggia nera con onde e scogliere in lontananza

Persona seduta su un pendio erboso guarda una spiaggia di sabbia nera
Seduta a guardare l'oceano
Scendiamo poi sulla spiaggia di Reynisfjara: sabbia nera lucida come vetro macinato, e i monoliti dei Reynisdrangar che emergono dall'oceano come troll pietrificati — che è esattamente quello che dice la leggenda. Il vento atlantico qui non scherza: ti rimette in riga in quattro secondi e ti spiega in altri quattro perché in Islanda il mare si prende sul serio. Le onde anomale arrivano senza preavviso e ogni anno qualcuno resta a piedi asciutti un po' troppo vicino.

Gruppo di persone esplora una spiaggia di ciottoli accanto a una formazione rocciosa
Hálsanefshellir
Una persona in piedi dentro una grotta di lava
Dentro la grotta di lava
Onda che si infrange su una spiaggia di ciottoli neri
Onde sui ciottoli
Chiesa con tetto rosso in un paesino costiero con scogli e mare
La chiesetta di Vík

In fondo alla spiaggia c'è Hálsanefshellir, una grotta scavata nel basalto con il soffitto fatto di colonne esagonali incastrate una nell'altra, come le canne di un organo rovesciate. Ci entriamo, e da dentro l'oceano si vede incorniciato in un arco nero. Poi saliamo alla chiesetta bianca col tetto rosso che domina Vík: è una delle immagini più riconoscibili dell'isola, e in tre minuti capisco perché.

Fiume che scorre in un canyon con pareti rocciose ricoperte di muschio
Fjaðrárgljúfur — due chilometri di curve scavate nella roccia

Canyon con cascata e fiume fra rocce ricoperte di muschio
Dal bordo del canyon
Nel pomeriggio, il pezzo forte: Fjaðrárgljúfur. Due chilometri di canyon profondo cento metri, scavato dall'acqua di fusione alla fine dell'ultima glaciazione, con le pareti curve come se qualcuno le avesse modellate a mano e ricoperte di muschio fino all'orlo. Si cammina sul bordo, in fila, e ogni cinquanta metri il canyon fa un'altra curva e ti costringe a fermarti di nuovo.

Piccola cascata che scorre fra rocce ricoperte di muschio verde
Systrafoss, sopra il paese
Ultima sosta della giornata a Kirkjubæjarklaustur, dove sopra il paese c'è un laghetto e una cascatella che scende su rocce completamente verdi di muschio. Non c'è nessuno. Restiamo seduti finché non comincia a fare freddo davvero — cioè verso le nove, con il sole ancora in alto.

Giorno 5 · 13 agostoColonne di basalto, un ghiacciaio, gli icebergIl giorno più lungo e più bello: si comincia con un organo di pietra e si finisce con blocchi di ghiaccio che pesano quanto un palazzo.

Strada asfaltata che curva verso una montagna innevata e un ghiacciaio
La Ring Road verso Skaftafell

Si parte alle otto con una luce che sembra finta. La strada verso est corre dritta fra prati verdissimi e montagne che diventano ogni chilometro più bianche in cima: siamo sotto il Vatnajökull, la calotta glaciale più grande d'Europa, ottomila chilometri quadrati di ghiaccio che da qui si vedono solo come un bordo che non finisce.

Casa bianca in un campo con un imponente salto d'acqua sullo sfondo
Una casa e un salto d'acqua
Acqua che scorre su rocce in un paesaggio montuoso
Le otto e quaranta
Montagna innevata vista da una vegetazione bassa sotto cielo azzurro
Il bianco che si avvicina

Acqua che cade da un dirupo fra vegetazione fitta e rocce scure
Hundafoss, lungo il sentiero
Dentro il parco di Skaftafell parte il sentiero per Svartifoss, «la cascata nera». Un'ora abbondante di salita fra felci e betulle nane, con due cascate minori lungo la strada che sembrano messe lì per farti passare la voglia di arrivare in cima. Non funziona: si arriva.

Un visitatore attraversa un ponte sopra un fiume vicino a una cascata
Il ponte prima dell'ultima salita
Selfie di coppia davanti a un canyon con cascata
Noi due, arrivati
Acqua che cade fra colonne di pietra verticali in un canyon
Svartifoss — l'acqua bianca dentro un organo di pietra nera

Acqua che cade da alte pareti di colonne basaltiche con vegetazione verde
Le colonne da vicino
E quando il salto d'acqua compare in fondo al sentiero resta solo da guardare: l'acqua bianca incorniciata da una parete di colonne basaltiche esagonali, perfette, nate dal raffreddamento lentissimo di una colata di lava. Sembrano le canne di un organo, e non è un paragone mio: hanno ispirato davvero l'architettura della Hallgrímskirkja, la cattedrale di Reykjavík che vedremo l'ultimo giorno.

Persona in posa accanto a un fuoristrada in un campo di ghiaia
Il parcheggio di Skaftafell
Una persona in rosso osserva un grande ghiacciaio fra montagne e vegetazione
Davanti a Skaftafellsjökull

Nel pomeriggio scendiamo verso la lingua dello Skaftafellsjökull. Una colata di ghiaccio enorme che scivola giù dalla calotta e si infila nella valle, sporca di cenere vulcanica sui bordi, con davanti un laghetto grigio pieno di pezzi staccati. Da lontano sembra ferma. In realtà si muove di qualche centimetro all'anno, schiacciata dal proprio peso.

Due escursionisti si avvicinano a un lago con il ghiacciaio in lontananza
Verso il laghetto
Salto d'acqua che cade su rocce ricoperte di vegetazione verde
La gola senza nome
Cascata che cade in un canyon con vegetazione verde e cielo azzurro
Múlagljúfur
Acqua che cade da una scogliera formando un arcobaleno fra le rocce
L'arcobaleno delle due
Cascata che scende fra monti coperti di muschio con ghiacciaio sullo sfondo
Il ghiacciaio in fondo alla gola

Poi c'è Múlagljúfur, che non era in programma e che è diventato uno dei miei posti preferiti di tutto il viaggio. Ci si arriva per una sterrata che sembra sbagliata, si cammina venti minuti su un sentiero non segnato, e a un certo punto il terreno si apre: un canyon con le pareti verdi di muschio, due cascate che scendono da fondo, e in cima, oltre tutto, la lingua bianca di un ghiacciaio. Non c'è un cartello. Non c'è un bar. Ci sono tre persone in totale, noi compresi.

Lago glaciale con iceberg galleggianti e montagne innevate in lontananza
Jökulsárlón — gli iceberg che scivolano verso l'oceano

E poi, verso le cinque, arriviamo all'icona: la laguna di Jökulsárlón. È un bacino profondo duecentocinquanta metri, nato appena negli anni Trenta quando il ghiacciaio ha cominciato a ritirarsi, dove blocchi enormi si staccano dal fronte e galleggiano lentissimi verso il mare. Il blu del ghiaccio antico è una cosa che non avevamo mai visto: metallico, opaco, profondo, del tutto diverso dall'azzurro dell'acqua.

Ghiacciai e iceberg in un lago glaciale
Breiðárlón, poco prima
Ghiacciaio innevato con iceberg galleggiante in un lago freddo
Fjallsárlón
Lago glaciale con iceberg galleggianti sotto cielo azzurro
La laguna

Restiamo un'ora abbondante in silenzio a guardarli passare. Alcuni hanno forme appuntite come sculture, altri sono cavità da cui filtra una luce azzurrissima. Mi viene un nodo in gola che non so spiegare — sono soltanto blocchi di ghiaccio, lo so. Ma quando capisci che quel «blocchetto» lì pesa quanto un palazzo e si è formato secoli fa dentro la calotta, qualcosa nella testa si riallinea.

Ghiaccio trasparente su una spiaggia nera con onde e il sole in alto
Diamond Beach
Persone osservano ghiaccio fluttuante sotto un ponte
Sotto il ponte

A cinquecento metri da lì la laguna sfocia in mare, e la risacca rimanda a riva i pezzi più piccoli. Si chiama Diamond Beach e per una volta il nome turistico ci sta: blocchi di ghiaccio trasparente appoggiati sulla sabbia nera, con il sole di sera che ci passa attraverso. Ne prendo uno in mano. È vecchio di secoli e mi si scioglie fra le dita in un minuto.

Giorno 6 · 14 agostoSu per i fiordi dell'estLa giornata più «on the road» del viaggio: curve lente, baie chiuse, e per venti minuti di fila nessuno.

Strada asfaltata fra colline verdi che conduce a un lago in un canyon montuoso
Fjarðardalur — la strada che scende dentro il fiordo

Si lascia la costa sud e si comincia a risalire verso est. Cambia tutto un'altra volta: le montagne si fanno più tonde, il vento cala, le strade si allungano lungo baie chiuse dove il mare è così fermo da sembrare un lago. I fiordi orientali sono la parte d'Islanda che quasi nessuno percorre, perché sono lontani da tutto e perché ci vuole un giorno intero per farne quattro.

Persona cammina su una spiaggia di sabbia nera accanto a un monte roccioso
Sabbia nera e una montagna
Persone in giacca rossa camminano su una spiaggia di sabbia nera
Giacche rosse sul nero
Paesaggio costiero con montagna e mare sotto il sole
La costa che si apre

La mattina è tutta di spiagge vuote. Ci fermiamo tre o quattro volte senza un motivo preciso, solo perché la strada scendeva al mare e valeva la pena. Camminiamo su ciottoli neri lucidi che rotolano sotto i piedi con un rumore di biglie, con il sole che va e viene fra le nuvole e cambia il colore dell'acqua ogni due minuti.

Mare con onde che lambiscono una costa rocciosa sotto un cielo con nuvole
Onde sulla costa rocciosa
Persone camminano su una spiaggia di ciottoli neri accanto a un grande masso
Selvík

Acqua che cade in una pozza verde fra rocce e muschi
La cascata senza cartello
A metà mattina troviamo una cascata che non ha nemmeno un cartello: scende in una pozza verde chiusa fra rocce coperte di muschio, si sente dalla strada, e per arrivarci bisogna scavalcare un guard-rail e camminare cinque minuti nell'erba alta. È il tipo di posto che in Italia avrebbe un parcheggio a pagamento e un chiosco. Qui c'è un'erba alta e basta.

Fiori viola e gialli in primo piano, lago e montagne sullo sfondo
Fiori viola e gialli davanti a un lago e montagne
Pianta con bacche in primo piano, lago e montagne sullo sfondo

Strada asfaltata fiancheggiata da un lago e montagne
La strada e il lago
Nel primo pomeriggio la strada costeggia un lago lungo e stretto sotto Stöðvarfjörður, e sul ciglio è tutto fiorito: viola, giallo, bianco, con le montagne dietro e l'acqua ferma. Mi metto a fare macro sdraiata a terra mentre Alessandro aspetta in macchina fingendo pazienza. Per una volta non sono le montagne il soggetto: sono trenta centimetri di erba.

Cascata in un canyon montuoso con vegetazione verde e cielo nuvoloso
Una cascata nel fiordo
Arcobaleno sopra una valle con montagne e una strada
L'arcobaleno delle cinque

Verso le cinque, mentre attraversiamo l'altopiano fra due fiordi, si mette a piovere e poi smette nel giro di dieci minuti — cosa che qui succede sei volte al giorno. Quando riprende il sole si apre un arcobaleno che sta esattamente sopra la strada che stiamo facendo, da una montagna all'altra. Alessandro accosta senza dire niente. Restiamo lì finché non svanisce.

Due pecore in un campo erboso guardano verso l'obiettivo
Le padrone di casa
Strada sterrata con fiume e montagna in lontananza
Sterrato verso Egilsstaðir

L'ultimo tratto è una sterrata che sale su un valico e scende dall'altra parte, in mezzo a un nulla verde in cui le uniche presenze sono le pecore — che in Islanda sono ovunque, non hanno recinti e attraversano la strada con la calma di chi sa di avere la precedenza. Ne troviamo due ferme in mezzo alla carreggiata che ci fissano finché non spegniamo il motore. Poi si spostano. Con comodo.

Giorno 7 · 15 agostoSeyðisfjörður e la cascata a stratiUna strada arcobaleno dipinta per terra, una chiesa azzurra, e una parete di roccia che racconta sei milioni di anni.

Un visitatore osserva un salto d'acqua fra pareti di colonne basaltiche
Hengifoss — centoventotto metri fra strati rossi di argilla

Per arrivare a Seyðisfjörður si scende da un passo con una serie di tornanti che sembrano infiniti, e lungo la discesa il torrente che accompagna la strada fa una cascata dietro l'altra. Ci fermiamo tre volte in dieci chilometri. L'ultima si chiama Gufufoss e ha una pozza sotto in cui l'acqua gira su sé stessa senza andare da nessuna parte.

Cascata che cade su rocce scure in un ambiente naturale
Gufufoss
Acqua che cade da una parete rocciosa in un bacino
La pozza sotto il salto
Fiori blu in primo piano con una cascata sullo sfondo
Fiori blu e acqua

Chiesa azzurra con un sentiero dipinto a strisce arcobaleno che porta all'ingresso
La strada arcobaleno
Il paese è la cosa più carina che abbiamo visto in tredici giorni, e lo dico sapendo che «carino» non è una parola che si usa per l'Islanda. Case di legno colorate portate qui dalla Norvegia pezzo per pezzo nell'Ottocento, un fiordo strettissimo che le chiude in mezzo, e una strada pedonale dipinta con i colori dell'arcobaleno che porta dritta a una chiesetta azzurra.

Persone camminano su un sentiero a strisce arcobaleno verso una chiesa azzurra
Verso la chiesa
Uomo e donna camminano nel corridoio di una chiesa con banchi e organo
Dentro

Dentro la chiesa non c'è nessuno e non c'è niente: banchi di legno chiaro, un tappeto rosso, un piccolo organo e una luce bianca che entra dalle finestre alte. Ci sediamo in fondo per qualche minuto senza un motivo particolare. Alessandro, che in chiesa non ci entra mai, resta lì più di me.

Paesaggio montuoso con fiume, rocce e mare in lontananza
Vestdalur
Cascata che cade su rocce in un paesaggio montuoso
L'acqua che scende al fiordo
Valle erbosa con il fiordo in lontananza
La valle sopra il paese
Una mano accarezza l'erba con fiocchi bianchi di cotone di palude
Cotone di palude

Sopra il paese sale una valle verde piena di torrenti, e più in alto, dove il terreno diventa spugnoso, comincia il cotone di palude: migliaia di fiocchi bianchi su steli sottili che si muovono tutti insieme quando passa il vento. Ne tocco uno. È esattamente quello che sembra — cotone.

Canyon con una cascata che cade fra pareti di colonne basaltiche
La gola di Hengifossá, sulla salita

Cascata che cade in una pozza turchese fra rocce stratificate
La pozza turchese sotto Hengifoss
Nel pomeriggio, la salita a Hengifoss. Un'ora abbondante in salita costante lungo una gola, con il vento contro e nessuna ombra, e a metà strada una cascata intermedia — Litlanesfoss — chiusa dentro un anfiteatro di colonne basaltiche altissime che sembra un colonnato in rovina.

Acqua che cade da una scogliera in un lago turchese circondato da rocce
Hengifoss
Una persona osserva una cascata che cade in un bacino turchese
Sotto la parete
Donna che guarda il tramonto dal balcone di una casa di legno
La sera, molto più a nord

Ma il colpo è in cima. Hengifoss cade per centoventotto metri dentro una parete a strisce: strati grigi di basalto alternati a strati rossi di argilla, uno sopra l'altro come una torta tagliata. Ogni striscia rossa è un periodo caldo fra due eruzioni. Guardando quella parete stai guardando qualche milione di anni impilati, e l'acqua ci passa in mezzo come se niente fosse. Sotto, la pozza è di un turchese che a questo punto del viaggio non mi stupisce più — e questa, in fondo, è la cosa più assurda di tutte.

Giorno 8 · 16 agostoDettifoss, il nord, GoðafossLa cascata più potente d'Europa al mattino, una vasca calda sull'oceano al pomeriggio, gli dèi buttati nell'acqua alla sera.

Imponente salto d'acqua fra rocce e vegetazione verde
Dettifoss — cinquecento metri cubi d'acqua al secondo

Di Dettifoss mi avevano detto «è la più potente d'Europa» e io avevo annuito senza capire davvero cosa volesse dire. Vuol dire questo: quarantacinque metri di salto, cento di larghezza, e fino a cinquecento metri cubi d'acqua al secondo che ci passano dentro. La senti a un chilometro. Il terreno vibra. E l'acqua non è bianca, è grigia — piena di sedimento raschiato via dal ghiacciaio a monte.

Fiume che scorre in un canyon roccioso sotto cielo azzurro
Il canyon prima del salto
Arcobaleno che attraversa un canyon con fiume e rocce
L'arcobaleno del mattino
Arcobaleno sopra una cascata con acqua che cade da un dirupo roccioso
Dettifoss

Un fotografo cattura un arcobaleno sopra la cascata, con la sua ombra sulle rocce
L'ombra dentro l'arcobaleno
Alle dieci del mattino il sole prende gli spruzzi in pieno e si forma un arcobaleno che resta lì, immobile, per tutto il tempo che siamo lì. Alessandro si sporge per fotografarlo e la sua ombra finisce dentro l'arco: quella foto è venuta e me la sono tenuta.

Un visitatore osserva un grande salto d'acqua con un arcobaleno sopra
La scala umana
Una donna inginocchiata sulle rocce accanto a un grande salto d'acqua
Sul bordo
Persona in posa davanti a un imponente salto d'acqua con spruzzi
Ale davanti al fronte

Ci si avvicina fin dove si riesce a stare in piedi, che è più vicino di quanto sarebbe ragionevole: non ci sono parapetti, solo roccia bagnata e un cartello che invita al buon senso. La pietra sotto i piedi è viscida, ogni tanto un'onda di vapore ti investe, e c'è qualcosa di intimidatorio in una cascata così — non è solo bella, è quasi violenta. Ci scattiamo due foto indietreggiando e ridiamo del nostro stesso timore.

Fiume che precipita in un canyon roccioso con vegetazione verde, vista aerea
Dettifoss dall'alto
Fiume che precipita da un bordo roccioso in un paesaggio selvaggio, vista aerea
Il bordo, visto da sopra

Alessandro tira fuori il drone — l'ha portato per tredici giorni e l'ha alzato tre volte in tutto — e da lassù il canyon si capisce finalmente: una spaccatura dritta nella roccia nera, lunga chilometri, con il fiume che ci sta dentro a fatica. Da terra vedi una cascata. Da cinquanta metri vedi il motivo per cui esiste.

Fiume che precipita in un canyon con pareti rocciose e vegetazione
Hafragilsfoss
Fiume che scorre in un canyon con acqua bianca e verde fra le rocce
La sorella minore
Lago che riflette pareti rocciose e vegetazione verde
Ásbyrgi

Due chilometri più a valle c'è Hafragilsfoss, meno famosa e con un canyon ancora più bello. Poi ci spostiamo a Ásbyrgi, una conca a forma di ferro di cavallo lunga tre chilometri e chiusa da pareti verticali di cento metri. La leggenda dice che l'ha lasciata lo zoccolo di Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino. La geologia dice che è il segno di un'alluvione glaciale catastrofica. Dentro c'è un laghetto immobile e un bosco di betulle — un bosco, in Islanda, che è già di per sé una notizia.

Paesaggio costiero con colline erbose e mare in lontananza
La costa di Tjörnes
Paesaggio costiero con mare calmo e colline erbose sotto cielo azzurro
Verso Húsavík

Persona in una piscina a sfioro con vista sul mare e le montagne
La vasca sull'oceano
Il pomeriggio è la ricompensa. A Húsavík, sopra il porto, c'è una vasca geotermale a sfioro affacciata sul mare: acqua a trentotto gradi, aria a dodici, e davanti agli occhi la baia intera con le montagne innevate sull'altra sponda. Ci restiamo dentro un'ora. Per un'ora il mondo si ferma di nuovo, come a Landmannalaugar, e mi rendo conto che in questo viaggio le due volte in cui mi sono sentita completamente in pace ero immersa nell'acqua calda con la testa al freddo.

Persona si rilassa in una piscina a sfioro affacciata sul mare
Trentotto gradi, aria dodici
Case colorate lungo il molo con montagna verde sullo sfondo e riflessi
Il porto di Húsavík

Húsavík è il posto da cui partono le barche per le balene, ed è un paesino di duemila abitanti con le case di legno colorate specchiate nell'acqua del porto. Noi le balene non le abbiamo cercate — avevamo già speso la giornata — ma ci siamo seduti sul molo a guardare le barche rientrare, con il sole delle cinque che faceva sembrare tutto più caldo di quanto fosse.

Gruppo di persone osserva un imponente salto d'acqua fra rocce e colline verdi
Goðafoss
Due persone posano davanti a un imponente salto d'acqua
Noi due, di nuovo
Fiume che scorre fra colline sotto il sole
Il fiume dopo il salto
Sole al tramonto dietro gli alberi che illumina un edificio con tetto rosso
Le otto e tre quarti

Ultima tappa alle sei: Goðafoss, «la cascata degli dèi». Non è alta — dodici metri — ma è larga trenta e disegna una curva così regolare da sembrare progettata. Il nome viene da una storia dell'anno 1000: quando l'Islanda decise di convertirsi al cristianesimo, il capo che aveva preso la decisione tornò a casa e buttò qui dentro le statue dei suoi vecchi dèi pagani. Una cartolina perfetta con mille anni di storia dietro, che è la combinazione che mi piace di più.

Giorno 9 · 17 agostoBasalto e zolfo: la terra che fumaCascate dentro colonnati di pietra la mattina, e nel pomeriggio un posto che sembra un altro pianeta e puzza di uova marce.

Acqua che cade da un dirupo di rocce colonnate in un canyon vulcanico
Le colonne di basalto della valle di Bárðardalur

Giornata di strade sterrate e di cascate senza nessuno. Ci infiliamo in una valle interna seguendo una traccia sulla mappa e per due ore non incrociamo un'auto. La prima sosta è una cascata incassata in un semicerchio di colonne basaltiche così regolari che sembrano tagliate a macchina: l'acqua ci cade davanti come una tenda.

Strada sterrata che si estende verso l'orizzonte con fiume e cielo nuvoloso
La sterrata del mattino
Acqua che cade da un precipizio in una gola con formazioni basaltiche
La tenda d'acqua
Acqua che cade da un dirupo roccioso in un canyon con colonne basaltiche
Il colonnato

Una donna osserva un imponente salto d'acqua in un paesaggio vulcanico
La scala
Il basalto fa così quando si raffredda piano: si contrae e si spacca in prismi, quasi sempre a sei facce. È lo stesso identico meccanismo delle mattonelle di fango secco in un campo arato, solo su scala geologica e ruotato di novanta gradi. Sapere il perché non toglie niente. Semmai aggiunge.

Acqua che cade da un dirupo fra colonne basaltiche in un paesaggio selvaggio
Fra le colonne
Acqua che scorre e cade su rocce in un paesaggio naturale
Poco più a valle

Poi ne troviamo un'altra, e un'altra ancora, tutte sullo stesso torrente, tutte senza cartello e senza parcheggio. In Islanda le cascate sono così tante che quelle di serie B sarebbero il monumento nazionale di qualunque altro paese. Qui ci si passa accanto e si tira dritto — e a metà mattina ci siamo accorti che lo stavamo facendo anche noi.

Acqua che cade da un precipizio fra rocce e nuvole
Fra le nuvole
Acqua che cade da un precipizio fra rocce e spruzzi
Spruzzi
Acqua che cade da un precipizio in un paesaggio roccioso sotto cielo nuvoloso
L'ultima della valle
Strada sterrata che si estende fra campi e colline sotto un cielo nuvoloso
Il ritorno

Nel pomeriggio arriviamo al lago Mývatn, che è il centro di una delle zone vulcaniche più attive dell'isola. Il paesaggio si svuota di verde e si riempie di crateri: ce n'è uno, lo Hverfjall, che è un cono di cenere nera perfetto, largo un chilometro, alto centosessanta metri, nato in una singola eruzione di duemilacinquecento anni fa. Da lontano sembra un cumulo di carbone lasciato lì da un gigante.

Paesaggio con colline verdi, lago e cielo nuvoloso
Verso il Mývatn
Vista panoramica di un lago e un cratere vulcanico con strada e vegetazione
Hverfjall

Paesaggio vulcanico con terreno colorato e colline aride
La piana di Hverir
Ma il posto che non dimenticherò è Hverir, dall'altra parte del passo. È una piana di argilla color ocra, ruggine e grigio, senza un filo d'erba, in cui il terreno ribolle: pozze di fango grigio che fanno le bolle come una polenta dimenticata sul fuoco, e fumarole che sputano vapore con un fischio continuo. Si cammina su passerelle strettissime perché fuori la crosta è sottile e sotto ci sono duecento gradi.

Persone in lontananza osservano un cratere geotermale fumante
Le fumarole
Campi verdi, lago e montagne con una casa dal tetto rosso
La casa dal tetto rosso

E l'odore. L'odore di zolfo qui è una presenza fisica: entra nei vestiti, resta nella macchina, si sente ancora la sera in albergo. Uova marce, per essere precisi. Alessandro storce il naso per tutto il tempo e io non riesco a smettere di guardarmi intorno — perché è brutto, davvero brutto, ed è la cosa più aliena che abbia mai visto.

Giorno 10 · 18 agostoLe aringhe di Siglufjörður e i tetti d'erbaUn museo che ti spiega un'intera economia scomparsa, un faro con le pecore, e case che sembrano cresciute dal prato.

Capanna di legno con tetto di erba in un campo verde con montagne sullo sfondo
Grafarkirkja — una casa di torba, indistinguibile dal prato

Si attraversa il nord da est a ovest, e la prima cosa che si incontra è Siglufjörður, in fondo a un fiordo strettissimo, raggiungibile solo attraverso tre gallerie scavate nella montagna. Negli anni Quaranta questo paese aveva diecimila abitanti stagionali ed era la capitale mondiale dell'aringa; oggi ne ha milleduecento. In mezzo c'è stato il 1969, l'anno in cui le aringhe semplicemente non sono più tornate.

Goccia d'acqua su foglie verdi di un cipresso
La mattina, ad Akureyri
Paesino costiero con case colorate e una barca in porto
Siglufjörður

Nave da pesca e barche esposte in un museo interno
Le barche dentro il capannone
Il museo dell'aringa occupa tre edifici sul molo ed è una delle cose meglio fatte che abbia visto in un museo. Non ci sono cartelli da leggere in piedi: ci sono i capannoni veri, con le barche dentro a grandezza naturale, le reti, i barili, i guanti appesi ancora al chiodo. In una stanza hanno ricostruito l'ufficio del contabile: la scrivania, due macchine da scrivere, una calcolatrice meccanica, gli archivi alle pareti verdi.

Navi da pesca esposte in un magazzino con passerelle di legno
Il magazzino
Ufficio con scrivania, macchina da scrivere e archivi, pareti verdi e tappeto rosso
L'ufficio del contabile
Due macchine da scrivere e una calcolatrice su un tavolo di legno
Due macchine da scrivere
Stanza rustica con finestra, tavolo e oggetti da cucina
La cucina delle salatrici

E poi ci sono le stanze delle síldarstúlkur, le ragazze dell'aringa: arrivavano da tutta l'Islanda per la stagione, dormivano in otto per camera e pulivano pesce dodici ore al giorno pagate a barile. Nella cucina ricostruita ci sono i piatti sul tavolo e la finestra che dà sul fiordo. Mi ci fermo più del previsto. È strano visitare un posto costruito su un lavoro che non esiste più e su un pesce che se n'è andato.

Una pecora riposa su un prato con un faro arancione in lontananza
Il faro di Sauðanes
Una pecora guarda verso l'obiettivo con un faro arancione sullo sfondo
La padrona di casa
Pecore su un prato verde accanto a un faro arancione sul mare
Il gregge
Faro arancione su una collina verde accanto al mare e alle montagne
Arancione sul verde

Fuori dal paese, su un promontorio a picco sul mare, c'è un faro arancione acceso in mezzo a un prato verdissimo, e intorno al faro pascolano una decina di pecore che non si spostano di un centimetro quando ci avviciniamo. Una si mette in posa. Non sto esagerando: si gira, ci guarda, e resta ferma finché non abbiamo finito.

Spiaggia di ciottoli e prato con mare e cielo azzurro
Sandvík
Vista del mare con il sole e l'erba in primo piano
L'oceano dal prato

Due persone sedute in un campo d'erba alta sotto un cielo azzurro
Nell'erba alta
Il pomeriggio scivola via su una costa di prati che finiscono dritti dentro l'oceano. Ci sediamo nell'erba alta a Sandvík, senza fare niente, per quaranta minuti. Alessandro appoggia la macchina fotografica e per una volta non scatta. È il primo momento davvero fermo del viaggio, al decimo giorno.

Chiesa bianca con tetto blu in un campo verde con montagne
Una chiesa in mezzo al niente
Capanna di legno con tetto di erba in un campo verde fra i monti
La casa di torba
Chiesa bianca con tetto rosso e croce, circondata da prato e cimitero
Il cimitero di Varmahlíð

Ma la cosa che mi resterà di questa giornata sono le case di torba. Per secoli gli islandesi hanno costruito così, perché il legno non c'era e la pietra da sola non isola: muri di zolle erbose spessi un metro e mezzo, tetto di erba viva, struttura di legno recuperato dai relitti. Il risultato è che la casa sparisce: da lontano vedi una gobba nel prato, e solo quando sei a venti metri capisci che ha una porta e una finestra.

Casa con tetto di erba e cornice gialla, finestra bianca, su terreno erboso
La finestra bianca
Due case colorate su un campo verde sotto un cielo nuvoloso
Due case nel prato

Ce n'è una, minuscola, con la cornice della finestra dipinta di giallo e l'erba del tetto tagliata di fresco. Ci entro e mi siedo un attimo sulla panca di legno. È buio, fa caldo, profuma di terra. Mi commuovo un po', come mi capita sempre davanti alle architetture che non si oppongono al paesaggio ma ci si mettono dentro.

Giorno 11 · 19 agostoL'acqua che esce dalla lavaUna giornata di trasferimento con dentro la cosa più strana vista in tutto il viaggio.

Fiume con cascate che scorre fra rocce e vegetazione
Hraunfossar — l'acqua esce dalla parete, non dall'alto

Ci sono giornate che servono solo a spostarsi, e in un viaggio da tredici giorni bisogna metterle in conto. Questa è una di quelle: quattrocento chilometri per attraversare l'isola da nord-ovest verso ovest. Partiamo presto da una cittadina di case basse con una chiesa bianca e un campanile appuntito, e per due ore la strada è dritta in mezzo a campi vuoti.

Chiesa bianca con campanile e scalini esterni sotto cielo blu
La chiesa di Sauðárkrókur
Strada asfaltata che attraversa un campo aperto sotto un cielo con nuvole
Dritti per due ore
Acqua che scorre in un canyon roccioso fra colline verdi
Un canyon lungo la strada

Poi, verso l'una, arriviamo a Hraunfossar, e questa è la cosa più strana che abbia visto in Islanda — e la concorrenza era agguerrita. Non è una cascata: è un chilometro intero di parete da cui esce acqua. Non da sopra, non da un fiume: dalla parete, da centinaia di piccoli rivoli che spuntano fra le rocce, tutti alla stessa altezza, tutti insieme.

Acqua che scorre da rocce su un letto di fiume turchese
I rivoli
Fiume con cascate e vegetazione in un paesaggio naturale
Un chilometro di parete
Fiume che scorre fra rocce e vegetazione in un canyon naturale
Barnafoss, poco sopra

La spiegazione è che sopra c'è un campo di lava porosa lungo chilometri, e la pioggia e l'acqua di fusione del ghiacciaio ci filtrano dentro e viaggiano sottoterra finché non trovano lo strato impermeabile — e a quel punto escono tutte insieme, lungo la linea in cui la lava incontra la roccia. Sapere come funziona non lo rende meno assurdo da guardare. Sembra che la collina stia perdendo.

Paesaggio montuoso con lago e vegetazione bassa
Verso ovest
Gruppo di persone osserva le cascate con la montagna sullo sfondo
Kirkjufellsfoss, alle cinque

Gruppo di persone osserva cascata e fiume in un paesaggio montuoso
La cascata davanti al Kirkjufell
Il resto del pomeriggio è strada. Attraversiamo un altopiano brullo con laghetti e nessuna casa, poi si scende verso il mare e alle cinque siamo a Grundarfjörður, sulla penisola di Snæfellsnes. E lì, all'improvviso, la riconosco: il profilo del Kirkjufell, la «montagna a forma di chiesa», che è probabilmente la sagoma più fotografata d'Islanda — quella che esce se cerchi «Iceland» su internet.

Davanti alla montagna c'è una cascatella su tre salti, ed è quella combinazione — l'acqua davanti, il cono dietro — che ha fatto la fortuna del posto. Ci sono venti persone con il cavalletto tutte allineate sullo stesso metro quadro. Ci mettiamo in fila anche noi e ridiamo di noi stessi mentre lo facciamo.

Giorno 12 · 20 agostoSnæfellsnes: l'Islanda in miniaturaCento chilometri di penisola che contengono tutto quello che abbiamo visto in dodici giorni. E in fondo, una cascata da duecento metri.

Montagna a forma di cono che si erge su un lago circondato da erba secca
Kirkjufell, alle nove e mezza del mattino

La chiamano «l'Islanda in miniatura» e per una volta lo slogan è onesto: in cento chilometri di penisola c'è un ghiacciaio, un vulcano, colate di lava, scogliere di basalto, spiagge dorate e spiagge nere, villaggi di pescatori e campi di muschio. È l'ultimo giorno pieno e lo dedichiamo tutto a questo.

Montagna con pendii verdi riflessa in acqua calma, rocce coperte di muschio
Il riflesso del mattino
Persona cammina lungo la riva di un fiordo accanto a una montagna a cono
Lungo il fiordo
Due persone si abbracciano davanti a un lago e una montagna
Noi due e la montagna

Cominciamo dal Kirkjufell alle nove del mattino, con l'acqua ferma e la montagna specchiata dentro. La luce gira ogni quarto d'ora e la foto cambia ogni volta. Alessandro mi prende in giro perché non riesco a staccarmi: «ne abbiamo cento, quante te ne servono?». Una di più. Sempre una di più.

Fiume che scorre fra campi erbosi e colline sotto cielo azzurro
Il fiume di Kerlingarfoss
Fiume con rocce e cascate in un canyon montuoso
I salti
Cascata che cade su rocce creando spruzzi e nebbia
Spruzzi
Cascata che cade su rocce e vegetazione verde
Kerlingarfoss
Un fiore giallo in primo piano davanti a una cascata fra rocce e vegetazione
Un fiore davanti

A metà mattina, un'altra cascata senza nessuno — Kerlingarfoss — e ormai ci arriviamo con la naturalezza di chi si ferma a fare benzina. Poi la costa nord della penisola: Skarðsvík, che è una spiaggia di sabbia dorata, l'unica di tutta l'Islanda, chiusa fra due lingue di lava nera. Il contrasto è talmente violento da sembrare fotoritoccato.

Formazioni rocciose costiere con mare e uccelli in volo
Due persone su una spiaggia di sabbia con rocce e mare
Scogliere vulcaniche e mare con vegetazione sullo sfondo

Persona seduta su un pendio erboso guarda il mare e le formazioni rocciose
Sul pendio, davanti ai Lóndrangar
Sul versante sud ci sono i Lóndrangar, due torri di basalto alte settanta metri piantate in mezzo al mare: sono i resti del camino di un vulcano che l'oceano ha smontato tutto intorno, lasciando in piedi solo la parte più dura. Le scogliere sono piene di uccelli e il rumore è assordante. Ci sediamo su un pendio d'erba a guardarli girare.

Montagna con cima innevata circondata da nuvole vista da un campo erboso
Lo Snæfellsjökull fra le nuvole
Arco roccioso naturale con mare e colline sullo sfondo
Gatklettur, l'arco
Paesaggio naturale con montagna innevata e pianura erbosa sotto cielo azzurro
La piana sotto il vulcano

Persona seduta guarda un monte innevato da un campo aperto
Venti minuti di vulcano scoperto
Sopra tutto sta lo Snæfellsjökull, il vulcano con il ghiacciaio in cima da cui Jules Verne fa partire il suo viaggio al centro della Terra. Per tre giorni era stato nascosto dalle nuvole; oggi si scopre per venti minuti esatti, poi si richiude. Alessandro si siede in mezzo al prato e resta lì a guardarlo senza dire niente per un quarto d'ora — che per lui è tantissimo.

Chiesa nera con dettagli bianchi in un campo di erba verde
La chiesa nera di Búðir
Persone vicino a una chiesa di legno nera con porta bianca in un campo verde
La porta bianca

A Búðir c'è una chiesetta di legno completamente nera, in mezzo a un campo di lava coperto d'erba, senza un paese intorno: solo lei, il cimitero con dieci croci e il mare dietro. È del 1848 ed è forse l'edificio più fotografato d'Islanda dopo la cattedrale di Reykjavík. In una giornata di sole sembra un errore di stampa.

Canyon con cascata e mare in lontananza
Glymur — duecento metri di salto in fondo a un canyon che finisce nel mare

E poi, per chiudere, la sorpresa. Sulla strada del rientro verso Reykjavík si passa dallo Hvalfjörður, il «fiordo delle balene», e in fondo a una valle laterale c'è Glymur: per decenni la cascata più alta d'Islanda, quasi duecento metri. Non si vede dalla strada. Bisogna camminare un'ora e mezza in salita, attraversare un fiume su un tronco con una corda tesa e risalire un crinale esposto.

Canyon con cascata che scende fra pareti rocciose coperte di muschio
La gola di risalita
Un uomo seduto su una roccia guarda un imponente gruppo di cascate
Seduti a guardarla
Vista panoramica di un canyon con cascata e mare al tramonto
Il canyon che finisce in mare
Sentiero fra erba e rocce che conduce a un lago con montagne sullo sfondo
Le sette e mezza, tornando

Ci arriviamo alle sei di sera, con le gambe finite, e ci sediamo su una roccia sul bordo. Da lì si vede tutto insieme: il salto che precipita dentro una gola verde di muschio, il canyon che scende verso il basso per chilometri, e in fondo, oltre l'ultima curva, il mare. Restiamo zitti per un pezzo. È l'ultima cosa vera del viaggio e lo sappiamo tutti e due.

Giorno 13 · 21 agostoReykjavík, e poi viaTre ore in città e un aereo. L'ultima cosa che vediamo è fatta della stessa pietra della prima.

La cattedrale di Hallgrímskirkja con il pavimento a mosaico geometrico
Hallgrímskirkja
L'ultimo giorno è mezzo giorno. Riconsegniamo la macchina — fango sui passaruota, sabbia nera nei tappetini, un'aria orgogliosa che forse ci mettiamo noi — e ci restano tre ore a Reykjavík, che dopo tredici giorni di niente sembra una metropoli anche se ha centoquarantamila abitanti.

Saliamo alla Hallgrímskirkja, la cattedrale che si vede da tutta la città, e mi metto a ridere da sola: la facciata è fatta di canne di pietra che salgono a gradoni ai lati del campanile, ed è la copia dichiarata delle colonne basaltiche. Le stesse che avevo davanti a Svartifoss il quinto giorno, e in quella valle senza nome il nono. L'architetto ci ha messo quarantun anni a costruirla, e l'idea l'ha presa da una cascata.

Mi sembra un modo giusto di finire. Tredici giorni fa questa forma non la sapevo nemmeno riconoscere; adesso la vedo in mezzo a una città e mi ricorda un posto preciso, un'ora precisa, il freddo che avevo addosso. È questo che ti porti a casa da un viaggio così: non i posti, ma il fatto che dopo li riconosci.


Tornare a casa dopo tredici giorni di Islanda è una faccenda strana. Per una settimana continui a svegliarti alle sei senza motivo, e la sera alle nove ti stupisci che sia buio. Il telefono è pieno di foto che non riesci a guardare tutte in una volta, e ogni volta che ne apri una ti torna in mente il freddo che c'era, che nella foto non si vede.

Le foto rendono la scala e non rendono il vento. Rendono il turchese e non rendono il rumore. Le mani gelate, l'odore di lana bagnata dentro la macchina, il silenzio dei fiordi la mattina presto — quelli te li devi immaginare. E l'Islanda non ti lascia il tempo di sistemare le cose mentre le vivi: te le mette una addosso all'altra, e poi ti abbandona a rimetterle in ordine mesi dopo, davanti a un portatile, mentre provi a raccontarle.

Se ci vai, l'unica cosa che mi sento di dirti è questa: non riempire le giornate. Lascia dei buchi. In Islanda le cose migliori succedono nei buchi — Þórufoss, Sigöldugljúfur, Kvernufoss e quella gola senza nome del quinto giorno non erano su nessuna delle mie liste.

E no, non ho smesso davvero di contare le cascate. Ho solo cambiato unità di misura: adesso conto i giorni che mancano al prossimo viaggio. Magari di nuovo qui, ma d'inverno, per provare a vedere l'aurora.