Madeira è un'isola messa in piedi. Non si sviluppa in larghezza: si sviluppa verso l'alto, e ovunque tu sia c'è sempre qualcosa sopra di te — una parete, un crinale, un paese aggrappato a un pendio che da sotto sembra impossibile. In sei giorni non ho quasi mai visto l'orizzonte intero: c'era sempre di mezzo una montagna. E sopra la montagna, quasi sempre, c'erano le nuvole.
Sono Michela. Madeira era il pezzo centrale di un viaggio più lungo — Lisbona prima, Fuerteventura dopo — e nei programmi doveva essere la parte tranquilla, quella di mezzo, quella in cui si tira il fiato. Non è andata così. Alessandro ha guidato su strade che sulla mappa erano linee sottili e nella realtà erano tornanti scavati nella roccia; io ho scelto i posti la sera prima, sul divano di una casa a Madalena do Mar, con il rumore dei sassi del mare che entrava dalla finestra.
Dal 9 al 14 agosto 2024: la punta di Porto Moniz a nord-ovest, la coda desertica di Ponta de São Lourenço a est, le levadas dentro la foresta di alloro sopra Santana, il Pico do Areeiro e il Pico Ruivo — che a 1.862 metri è il tetto dell'isola — e infine il pezzo di nord-ovest dove finiscono le strade. Una macchina, nessuna guida, nessun tour. Quello che segue è il diario, giorno per giorno, scritto come mi viene.
Giorno 1 · 9 agostoPorto Moniz, il primo affaccioSi arriva nel pomeriggio, si sale sulla punta nord-ovest e in mezz'ora l'isola ha già spiegato come funziona: tutto è più alto di te.
Porto Moniz visto da sopra, con il suo scoglio davanti
Il primo affaccio, e la faccia di chi ha appena capito dove è arrivata La prima cosa che facciamo, appena presa la macchina, è la cosa sbagliata: guardare la mappa e dire «dai, andiamo fino in fondo». In fondo significa Porto Moniz, l'estremo nord-ovest, e sulla carta sembra vicinissimo. Ci mettiamo il doppio del previsto, dentro gallerie che si mangiano interi versanti, e quando usciamo all'aperto la luce è già bassa e obliqua. Non me ne lamento nemmeno un secondo: da lassù si vede giù per chilometri, e l'acqua sotto la scogliera è di tre colori diversi nello spazio di cento metri.
Tre colori d'acqua in cento metriLe onde arrivano da lontano e si vedono nascereLa costa nord che se ne va verso ovest
Qui non c'è la spiaggia. C'è la lava: colata nera che finisce dentro l'oceano e che l'acqua, arrivando, riempie di conche. A Porto Moniz ci hanno fatto le piscine naturali, e da sopra si vedono come tante vasche irregolari con dentro delle teste. Il vento sale dritto dalla parete e arriva addosso con un odore fortissimo di sale e di erba secca insieme, che è un accostamento a cui non ero preparata.
Il vento sale dritto dalla parete Restiamo appoggiati alla ringhiera più di quanto avevamo previsto, tutti e due zitti, a guardare le onde che arrivano da fuori. È il momento in cui capisco che questa non sarà la parte tranquilla del viaggio. Alessandro dice solo: «domani ci alziamo presto». Annuisco.
Il paese, le strade, l'oceano che comincia subito dopoIl primo tramonto, dalla spiaggia di sassi
Rientriamo a Madalena do Mar che è quasi buio. La casa è sopra una spiaggia di ciottoli neri, e quando le onde si ritirano i sassi rotolano tutti insieme con un rumore che sembra un applauso lontano. Scendiamo giù in ciabatte per vedere il tramonto e restiamo lì finché non fa freddo. Primo giorno, già stanchi, già contenti.
Giorno 2 · 10 agostoPonta de São Lourenço, la coda seccaAll'estremo est l'isola verde finisce di colpo e comincia un deserto rosso con l'oceano da tutte e due le parti.
La coda dell'isola, vista da metà sentiero
Il sentiero corre in cresta, con il mare da tutte e due le parti Guidiamo verso est per un'ora e mezza e succede una cosa strana: il verde finisce. Non sfuma — finisce. Dopo l'ultima galleria la Ponta de São Lourenço parte come una lingua di terra secca lunga nove chilometri, rossa e ocra a strati, senza un albero. Sembra che qualcuno abbia attaccato un pezzo di un'altra isola in fondo a questa. È il punto più a est, il più basso e il più ventoso, e non piove quasi mai.
Una barca a vela sola, dentro una baia grandeL'arco naturale, e la barca che gli passa davanti
Si cammina in cresta e il vento arriva di traverso: non a raffiche, proprio continuo, un muro che spinge sempre dalla stessa parte. Dopo mezz'ora ho i capelli che sono una cosa sola e la bocca che sa di sale. Sotto di noi la baia è verde-azzurra, con una barca a vela ferma in mezzo e, poco più in là, un arco di roccia che il mare si è scavato da solo. Ci fermiamo a guardare la barca che ci passa dentro. Non ci passa: gli gira intorno. Restiamo comunque a guardare.
Il sentiero scende al mare, e all'orizzonte ci sono le Desertas
L'oceano che lavora la costa, da sempre A un certo punto il sentiero scollina e scende dritto verso l'acqua, in mezzo a due pendii di terra rossa. In fondo, sull'orizzonte, ci sono tre profili scuri e piatti: le Ilhas Desertas, disabitate, riserva integrale, ci vive solo una colonia di foche monache che si contano una per una. Ale le fotografa con il teleobiettivo e mi fa vedere lo schermo. Sono tre sassi in mezzo all'Atlantico. Mi sembrano il posto più lontano che abbia mai visto.
Il mare da sopra, che sembra fermo e non lo èTorniamo indietro contro vento
Torniamo indietro con il vento in faccia, che all'andata non ci era sembrato niente. Le gambe non c'entrano: è la testa che dopo tre ore di quel soffio continuo si arrende un po'. In macchina ci mettiamo qualche minuto prima di parlare, con le orecchie che ancora fischiano. Stasera si mangia presto.
Giorno 3 · 11 agostoIl giro largo: montagne, terrazze, paesi appesiNessuna meta precisa. Solo la strada che gira intorno all'isola e una serie di posti in cui accostare.
La nuvola che scavalca il crinale e ricade dall'altra parte
Controluce, con il sole che scavalca la cresta Oggi non abbiamo un programma, che è la cosa migliore che ci sia capitata in sei giorni. Si parte verso nord e ci si ferma dove capita. La prima sosta è per una cosa che non avevo mai visto: una nuvola che sale lungo un versante, arriva sul crinale, lo scavalca e ricade dall'altra parte come acqua che trabocca da una pentola. Sta lì, in equilibrio, per un'ora buona. Non si sposta, non si alza: continua a versarsi.
Le strade cucite dentro il versanteCase dove non dovrebbero starci case
Poi si sale. La strada guadagna quota in fretta e in venti minuti passiamo dal livello del mare a settecento metri, con la vegetazione che cambia due volte lungo il percorso: prima le canne e i fichi d'India, poi i pini, poi una specie di prateria alta e disordinata piena di fiori bianchi. Ci fermiamo in uno slargo con quattro macchine parcheggiate e nient'altro. È tutto verde in un modo che stanca gli occhi.
Il paese in fondo, e il mare che lo chiude Da lassù, guardando in giù, si vede la faccenda per cui Madeira mi ha stupita di più: i poios, le terrazze. Ogni pendio, dal fondovalle fino a dove finisce la terra, è tagliato in gradini larghi due o tre metri, tenuti su da muretti di pietra a secco. Li hanno fatti a mano, uno per uno, per farci stare la vite e la canna da zucchero dove non c'era un metro piano. Da qui sembrano righe di un quaderno.
TornantiI poios, uno sopra l'altro fino in cimaUn paese intero cucito su un pendio
Ci fermiamo a mangiare qualcosa in un paese di cui non ho segnato il nome, seduti su un muretto davanti alla chiesa. Passa una signora con due sacchetti, ci saluta, ci dice qualcosa in portoghese di cui capisco una parola su cinque, e va via ridendo della mia faccia. Ale mi prende in giro per il resto del pomeriggio.
La cappella bianca in cima al poggio, con la nuvola che arriva
All'ombra del campanile, ad aspettare che passi La cappella sta in cima a un poggio, con un vialetto acciottolato e una ringhiera di legno, e dietro le si apre tutta la valle. Mentre siamo lì la nuvola scende dal crinale e in cinque minuti si mangia le montagne, ma non arriva fino a noi: si ferma esattamente a metà, come se ci fosse una riga. Due persone sedute all'ombra del campanile guardano lo stesso spettacolo senza dire niente, come noi.
Il verde che stanca gli occhiRientrando verso casa, lungo la costa sud
La luce delle sette, sul lato giusto dell'isola Scendiamo verso la costa sud che è tardo pomeriggio e la luce si è fatta gialla. Le case cambiano colore, i tetti si accendono, e ogni curva è un affaccio nuovo su un pezzo di paese che prima non si vedeva. Guido io per l'ultimo tratto e Ale si mette a fotografare dal finestrino, che è il nostro modo di dividerci i compiti.
Acqua che scende da una parete, senza nome e senza cartello Ultima sosta prima di casa: una parete di roccia lungo la strada, alta una decina di metri, completamente coperta di verde, con l'acqua che ci scende sopra da chissà dove. Non ha un nome, non è segnalata, sta lì e basta. Ci mettiamo le mani sotto — è gelida. In un'isola dove l'acqua è stata la questione di tutti i secoli, mi sembra strano che qui la lascino cadere così, senza raccoglierla.
Giorno 4 · 12 agostoLa levada del Caldeirão Verde, e poi sopra le nuvoleLa mattina dentro la foresta, dietro un filo d'acqua largo un palmo. Il pomeriggio a milleottocento metri, con il coperto sotto i piedi.
Dentro la laurisilva, dove la luce arriva a pezzi
Le case dal tetto di paglia di Queimadas Il posto da cui si parte si chiama Queimadas ed è un piccolo slargo in mezzo al bosco con due case dal tetto di paglia, i tavoli di legno all'ombra e delle papere che girano come se fosse casa loro. Sembra la Svizzera, se la Svizzera avesse le felci arboree. Ci si mette gli scarponi seduti su una panchina, con la faccia di quelli che non sanno bene cosa li aspetta.
Agapanti lungo il sentiero, a chiliFoglie a terra, ombra, umido
Poi comincia la levada, ed è la cosa per cui vale la pena venire fin qui. Le levadas sono canali d'irrigazione: un solco di pietra largo quaranta centimetri, con dentro l'acqua che corre, e di fianco un sentiero largo quanto un piede. Hanno cominciato a scavarle nel Quattrocento per portare l'acqua dal nord piovoso al sud secco, dove c'era la canna da zucchero, e non hanno più smesso: oggi ce ne sono più di duemila chilometri, dentro le montagne, spesso appese al vuoto.
Quaranta centimetri d'acqua, un piede di sentieroIl canyon verde, tutto felciRocce bagnate e ombra, per chilometri
Si cammina in fila indiana, e ci si scansa Si cammina in fila indiana, con la parete a sinistra e il canale a destra — o viceversa, a seconda di come gira la montagna — e ogni tanto la parete gocciola addosso. La foresta qui è la laurisilva: alloro, felci alte come me, muschio su ogni cosa ferma da più di un mese. È un bosco che in Europa è sparito due milioni di anni fa e che qui è rimasto, per via del clima; per questo l'hanno messo sotto tutela dell'Unesco. Lo sapevo prima di partire e non mi aveva fatto nessun effetto. Camminarci dentro sì.
Le scale scavate, con il corrimano di cordaMaglietta rosa, per non perdersi di vista
Ci sono quattro gallerie da attraversare, basse e bagnate, e senza torcia non si fa. La prima la prendo con allegria, la seconda meno, la terza è lunga più di cento metri e a metà, quando dietro e davanti è tutto nero e senti solo l'acqua che ti corre di fianco, mi accorgo di camminare con una mano sulla parete. Usciamo che siamo bagnati e ridiamo del nostro stesso timore.
Ogni tanto il bosco si apre e si vede dove si è arrivatiCorda tesa dove il sentiero si fa stretto
Dopo due ore e mezza la valle si stringe in un imbuto e l'aria diventa di colpo fredda e ferma. È il segnale: siamo arrivati. Le ultime centinaia di metri si fanno dentro una specie di corridoio con le pareti che si alzano verticali da tutte e due le parti, e il rumore comincia a crescere.
Il filo d'acqua del Caldeirão Verde, che si spappola prima di arrivare Il Caldeirão Verde è un pozzo. Un anfiteatro di roccia alto un centinaio di metri, chiuso da tutte le parti, con in mezzo un filo d'acqua sottilissimo che scende dall'alto e si spappola prima di arrivare in fondo, in una pozza verde scuro. Ci si entra e la temperatura cala di colpo. Alzo la testa per seguire il filo fino in cima e mi gira un po': il cielo, da lì sotto, è un ritaglio piccolissimo. Restiamo seduti sui sassi finché non abbiamo freddo davvero.
Nel pomeriggio facciamo la cosa che non era in programma e che si rivelerà la migliore del viaggio: saliamo. La strada per il Pico do Areeiro arriva a 1.818 metri con l'auto, e mentre saliamo il cielo si chiude, poi si fa bianco, poi non si vede più niente per due tornanti — e all'improvviso, tutto insieme, si apre. Le nuvole non sono sparite: sono rimaste sotto.
Il crinale, e il pavimento bianco che comincia dove finisce la rocciaControluce, a milleottocento metriLe cime escono come scogli
L'arco pallido dentro la nebbia, quaranta secondi in tutto Non è una metafora e non è un modo di dire: è un pavimento. Piatto, bianco, steso da un capo all'altro dell'isola, con le creste che ne escono come scogli da un mare messo in pausa. Nel punto in cui la nuvola sale lungo la parete e incontra il sole compare un arco di luce dentro la nebbia — pallidissimo, quasi bianco, di quelli che nelle foto non vengono. Mi commuovo per una cosa che dura quaranta secondi e non so spiegare bene perché.
Roccia, vegetazione e niente altroSopra tuttoLa palla bianca del radar, in cima al crinale
Lo spuntone che esce dal bianco come una prua Restiamo finché non fa buio e le mani non si sentono più. L'ultimo affaccio è su uno spuntone che esce dal bianco come una prua, con due persone in cima grandi come formiche. Da qui, l'isola sotto non esiste: c'è solo quello che sta sopra i milleseicento metri. Torniamo giù dentro la nuvola, in silenzio, con i fari accesi alle sette di sera d'agosto.
Giorno 5 · 13 agostoIl Pico Ruivo, il tetto dell'isolaMilleottocentosessantadue metri, un'ora e mezza di scalini di pietra e una discesa che passa dalle nuvole al mare turchese.
La costa nord la mattina presto, grigia e senza gente
Il sentiero sale in cresta, lastricato Partiamo con il grigio addosso. La costa nord alle nove del mattino è un'altra isola rispetto a quella di ieri: mare piatto e argentato, pareti verdi che scendono a picco, nessuno. Ci fermiamo su un promontorio a guardare in giù e per un attimo mi viene il dubbio di aver scelto il giorno sbagliato. Poi cominciamo a salire e il dubbio passa in circa dieci minuti.
Sopra il bianco, di nuovoIl sentiero corre sul filo del crinale
Al Pico Ruivo si arriva a piedi e basta: non c'è strada, non c'è funivia, ci sono un'ora e mezza di sentiero lastricato che sale in cresta con l'esposizione da tutte e due le parti. Ed è lastricato davvero — pietre squadrate, scalini, muretti di contenimento, corrimano dove serve — che è un lavoro che nessuno ti racconta e che qualcuno, a milleottocento metri, ha fatto a mano. Ogni tanto mi fermo con la scusa della foto e in realtà è per il fiato.
Gli scalini di pietra, e il rifugio che compare fra gli alberiGli ultimi metri, tutti in salita
In cima, con l'isola tutta intorno Gli ultimi cinque minuti sono i più ripidi e li faccio in silenzio, contando gli scalini per non pensarci. Poi la salita finisce, il vento cambia direzione e ci sono trecentosessanta gradi di isola sotto i piedi. Milleottocentosessantadue metri: da qui in su non c'è più niente di Madeira.
Dal tetto dell'isola: creste verdi e il mare di nuvole che si ferma sotto
Il ritorno, sullo stesso sentiero e con altra luce Ci sediamo su una roccia a mangiare un panino e non parliamo per un pezzo. Sotto di noi il bianco arriva fino all'orizzonte e le creste verdi ci escono in mezzo, una dietro l'altra, sempre più chiare man mano che vanno lontano. Alessandro dice: «la parte tranquilla del viaggio». Ridiamo tutti e due, e restiamo lì un'altra mezz'ora.
La cima, con la gente che arriva alla spicciolataCordini, scarponi e un'ora e mezza di scaliniGiù in fondo, una casa sola in mezzo al verde
Scendiamo nel primo pomeriggio e in mezz'ora di macchina succede la cosa che a Madeira succede sempre: cambiamo mondo. Passiamo dentro la nuvola, usciamo dall'altra parte, e la costa nord che stamattina era grigia adesso è azzurra. Ci affacciamo su una baia con una spiaggia di sassi chiara e l'acqua a strisce, dal turchese al blu.
La baia, dal ciglio della stradaLe strisce di colore sul fondale
Una cascata in mezzo al vallone, senza cartello Poi si rientra per il vallone di São Vicente, che è la strada più bella dell'isola e anche quella dove si guida peggio, perché ogni trecento metri c'è qualcosa da guardare. A metà valle, sulla sinistra, una cascata scende dentro un canyon coperto di verde. Accostiamo in uno slargo con altre due macchine, scendiamo, guardiamo, non diciamo niente, risaliamo. Ormai è una procedura.
La costa sud nel tardo pomeriggioCase colorate sopra i sassiIl molo, la gente, l'ultima ora di sole
La sera scendiamo di nuovo sulla spiaggia sotto casa, che ormai è un'abitudine. Ci sono quattro famiglie del posto, i ragazzini che si buttano dal molo, e i sassi che rotolano quando l'onda si ritira. Ho le gambe distrutte e sono la persona più contenta di questa spiaggia. È una sera che ricorderò.
Giorno 6 · 14 agostoDove finiscono le stradeL'ultimo giorno lo passiamo nell'angolo nord-ovest, quello dove i paesi stanno in alto e le case in basso si raggiungono solo con la teleferica.
Fichi d'India sul ciglio, e cinquecento metri di vuotoIl sentiero che scende verso l'acquaIl promontorio, e l'oceano che gli gira intorno
L'ultimo giorno andiamo ad Achadas da Cruz, che è il posto più assurdo che abbiamo visto. Il paese sta a cinquecento metri sul mare; sotto, su un fazzoletto di terra strappato alla scogliera, ci sono gli orti e quattro case. Fra i due punti non c'è una strada: c'è una teleferica, una cabina rossa appesa a un cavo che scende quasi a piombo, e la usano i contadini per andare a lavorare la terra. Guardiamo giù dal bordo per un quarto d'ora. Non la prendiamo — è la cosa di cui mi sono pentita di più.
Il balcone di ferro, e dopo non c'è più niente Poi scendiamo verso Ribeira do Tristão, all'estremo nord-ovest, dove la strada finisce davvero: un tornante, uno spiazzo, una balaustra, e oltre la balaustra non c'è più niente fino alle Azzorre. Il vento qui è diverso da quello di São Lourenço: non spinge, tira. Ti tira in avanti, verso il vuoto, e ti viene istintivo appoggiare la mano al corrimano anche se sei a due metri dal bordo.
L'oceano che lavora, come tutti i giorni da sempreL'ultima onda che guardiamo
Restiamo lì l'ultima ora buona, seduti sul muretto, a guardare le onde che arrivano da fuori e si aprono contro gli scogli sempre nello stesso punto. È una cosa che non stanca mai e che non so spiegare. Ale scatta ancora qualche foto, poi mette via tutto e si siede vicino a me, e stiamo zitti come si sta zitti l'ultimo giorno.
Vento da nord-ovestLa faccia di chi vorrebbe restareCamicia arancione, come tutti i giorni
L'ultimo affaccio, prima di rimettersi in macchina Domani si riparte, e Madeira resta qui a fare quello che fa da sempre: tenere le nuvole a metà altezza, mandare l'acqua dal nord al sud dentro i suoi canali, e lasciare che l'oceano si mangi un centimetro di scogliera all'anno. Non è un'isola che ti saluta. È un'isola che, quando te ne vai, sta già guardando da un'altra parte.
Di Madeira mi è rimasta addosso una cosa che non mi aspettavo: il rumore dell'acqua che cammina. Non le cascate — quelle fanno rumore ovunque. Le levadas: il filo d'acqua che scorre dentro il suo canaletto di pietra, largo un palmo, sempre alla stessa velocità, in mezzo a una foresta che non ha nessuna intenzione di lasciarlo passare. Lo senti prima di vederlo, lo segui per ore, e a un certo punto ti accorgi che stai camminando al passo suo.
L'altra cosa sono le nuvole, e su quelle mi sono dovuta ricredere. Arrivando avevo pensato: che peccato, il cielo coperto. Poi il quarto giorno siamo saliti sopra e ho capito che il coperto era sotto di noi — un pavimento bianco steso da un capo all'altro dell'isola, con le cime che ne uscivano come scogli. Da allora, quando in basso c'era grigio, ho smesso di lamentarmi: volevo solo salire più su.
Se ci vai, l'unica cosa che mi sento di dirti è di non fidarti delle distanze. Venti chilometri qui non vogliono dire niente: possono essere venti minuti di tunnel dritti o un'ora e mezza di tornanti dentro una nuvola. Metti in conto il doppio del tempo e metti in conto di cambiare idea, perché il meteo cambia versante per versante — e da un versante all'altro ci sono dieci minuti di galleria.
Sei giorni sono pochi. Sono tornata a casa con un elenco di cose non fatte lungo quanto quello delle cose fatte: il Fanal con la nebbia, la Ponta do Pargo, la levada das 25 Fontes, e quel teleferico di Achadas da Cruz che abbiamo guardato dall'alto senza prenderlo. Un'isola così piccola non dovrebbe riuscire a lasciarti tutti questi debiti.