L‘Islanda non è una destinazione, è un campo di forze. È una piattaforma vulcanica grande quanto la metà dell’Italia, sospesa fra il Circolo Polare Artico e l’oceano Atlantico, scolpita ogni giorno da acqua, ghiaccio e vento. Pochi chilometri bastano a passare da un campo di lava coperto di muschio a una cascata che frantuma l’aria, da una spiaggia di sabbia nera a una distesa di fiordi silenziosi. È un posto che sognavo da anni — e che alla fine sono riuscita a regalarmi, insieme ad Alessandro, il mio compagno.
Sono Michela, e questo viaggio l’ho organizzato io quasi tutto. Gli alloggi li ho cercati uno per uno — una sistemazione diversa quasi ogni notte, perché l’unico modo per attraversare davvero l’isola è non fermarsi mai abbastanza a lungo da abituarsi. Le tappe e l’ordine delle strade le abbiamo decise insieme, io e Ale, sera dopo sera al tavolo della cucina, davanti a una guida sgualcita e al portatile aperto. Lui mi ha aiutato con la sequenza, io ho prenotato. È stato il viaggio più desiderato — e più organizzato — della nostra vita.
Dodici giorni, dal 9 al 20 agosto 2025, una Dacia Duster bianca noleggiata a Keflavík, una sola escursione organizzata in super-jeep 4×4 per spingerci nelle Highlands più impegnative — e tanta, tantissima strada. Alla fine, quando abbiamo riconsegnato la macchina, avevamo aggiunto al suo contachilometri 3.200 km. Dal Golden Circle alle pozze termali di Landmannalaugar, dalle scogliere di puffin di Dyrhólaey agli iceberg di Jökulsárlón, dai fiordi orientali alle case torbate del nord, fino alla penisola di Snæfellsnes. Quello che segue è il nostro diario, giorno per giorno, scritto come mi viene — senza tour operator, senza guida, solo io che provo a raccontarvi come è andata davvero.
Giorno 1Golden Circle
Brúarfoss
Io e Ale a Gullfoss Arriviamo a Keflavík nel pomeriggio, con quella stanchezza buona di chi ha aspettato a lungo una cosa e finalmente la sta facendo. È un viaggio che io e Alessandro sognavamo da anni: mesi di blog letti la sera, di mappe sgualcite sul tavolo della cucina, di chilometri immaginati. Adesso siamo davvero qui, in coda davanti al banco dell’autonoleggio, e quando ci consegnano le chiavi della Dacia Duster bianca mi sembra di aver vinto qualcosa.
Gullfoss, in coppia Per la prima sera abbiamo deciso di andare leggeri: niente strapazzi, solo il Golden Circle, l’anello classico a est di Reykjavík che fanno tutti il primo giorno. È un po’ un cliché, ma è il battesimo giusto. La prima sosta è Brúarfoss: si arriva a piedi lungo il fiume, e quando l’acqua compare ci fermiamo entrambi senza dire una parola. È turchese in un modo che non sapevo esistesse — sembra che qualcuno abbia pitturato il fondo del fiume di blu. Alessandro mi guarda con un mezzo sorriso. “Te lo dicevo io.”
Gullfoss Risaliamo verso Gullfoss, e qui l’Islanda ti spiega subito di che pasta è fatta. Gullfoss la senti prima ancora di vederla: un rombo basso e continuo, una nebbia di spruzzi che ti bagna gli occhiali, e quando finalmente arrivi sul ciglio del canyon ti rendi conto che le foto non rendono niente. Quello che vedi è una porzione, quello che senti è tutto il resto. Ci facciamo due selfie veloci sul bordo, le facce rosse di vento, ridendo come due ragazzini in gita.
Brúarhlöð A pochi minuti, ci infiliamo nel canyon più piccolo di Brúarhlöð: stretto, raccolto, quasi intimo, con l’acqua sempre dello stesso turchese impossibile della mattina. Qui non c’è quasi nessuno, solo noi e il rumore dell’acqua. È la prima delle tante volte in cui ci diremo che in Islanda i posti più belli non sempre sono quelli sulle guide — spesso sono quelli accanto, dove ti fermi solo perché hai bisogno di sgranchirti.
Il primo cavallo islandese Sulla strada del ritorno, all’improvviso, un recinto di legno e tre cavalli islandesi che ci guardano. Mi avvicino piano. Sono piccoli, robusti, con quella criniera folta che gli copre gli occhi, e quando provo a tendere la mano uno si avvicina e si lascia accarezzare senza fretta. Mi commuovo, e non so spiegare bene perché. Forse perché è il primo vero contatto con un’isola di cui finora avevo letto solo, e perché un cavallo che si fida di una sconosciuta è una cosa che ti rimane.
Sera del primo giorno, già stanchi, già contenti. Torniamo verso l’alloggio con la Duster che brontola piano sull’asfalto perfetto, e penso che se tutto il viaggio fosse di questa intensità ne avrei già abbastanza. Non sa che dei nostri 3.200 chilometri totali finora ne abbiamo fatti meno di duecento.
Giorno 2Highlands e Landmannalaugar
Ljótipollur
Hjálparfoss La sveglia suona presto. Oggi cambia tutto: si lascia l’asfalto e ci si infila nelle Highlands, la grande terra di mezzo dell’isola. Per arrivarci servono ore di guida e nervi saldi — sono le strade chiamate F-road, sterrate, a tratti con guadi d’acqua corrente. Alessandro è al volante, io ho la cartina sulle ginocchia e cerco di non perdermi il prossimo bivio.
Háifoss La prima vera sorpresa si chiama Sigöldugljúfur: un canyon stretto e profondo dove un torrente turchese scorre fra rocce laviche nere. La geometria del posto sembra disegnata apposta. Ci affacciamo al bordo e restiamo zitti per cinque buoni minuti. È una di quelle cose che spiegano da sole perché siamo venuti fin qui — perché abbiamo speso tutti quei mesi a pianificare.
Risaliamo verso i laghi craterici. Ljótipollur — “la pozza brutta”, e dirlo è una bugia — è una conca quasi perfetta lasciata da un’esplosione di qualche migliaio di anni fa: bordi rossi, acqua di un blu denso, niente intorno. Poco oltre Frostastaðavatn, più profondo, più scuro, con il versante vulcanico che si riflette sull’acqua immobile. Ale fotografa, io guardo. Mi sembra di sognare a occhi aperti.
Sigöldugljúfur La giornata ha però un cuore preciso, una cosa che aspettavo da quando l’avevo trovata su un blog mesi fa: Landmannalaugar. Si arriva attraversando una piana di lava coperta di cotone di palude — quei piccoli fiocchi bianchi che ondeggiano nell’erba — e davanti agli occhi compare un sistema di pozze d’acqua incassate fra rocce laviche, alimentate da sorgenti calde naturali. Parcheggiamo, ci spogliamo in fretta nei capannoni di legno (l’aria è fredda, davvero fredda) e ci immergiamo nell’acqua tiepida insieme a una decina di altri viaggiatori di mezzo mondo.
Ljótipollur Per dieci minuti il mondo si ferma. L’aria sopra il pelo dell’acqua è gelida, sotto è di una temperatura perfetta. Alessandro mi guarda e ride: “se qualcuno mi avesse detto che oggi avrei fatto un bagno qui dentro, non ci avrei creduto”. Io penso che certe volte i viaggi te li regalano davvero, e non te ne accorgi finché non sei lì dentro, con la testa fuori dall’acqua, a guardare un paesaggio che sembra di un altro pianeta.
Frostastaðavatn Torniamo verso valle con la luce che cala. La Duster ha incassato un giorno intero di sterrate e guadi senza una protesta — e questo non era scontato. Stasera dormiamo presto.
Landmannalaugar — cotone di palude
Landmannalaugar — pozze termali
Giorno 3Skaftafell, i bordi del ghiacciaio
Skaftafellsjökull
Skaftafell Riprendiamo la Ring Road verso il sud-est. Il paesaggio si trasforma ancora una volta: piane laviche immense ricoperte di muschio fluorescente, sotto un cielo amplissimo, con quella sensazione lunare che ti accompagna per chilometri interi. La giornata comincia piccola, in punta di dita — mi accuccio a fotografare una macro di muschio e fiori minuti — perché qui i dettagli ti chiedono la stessa attenzione dei grandi panorami.
Io sul crinale del ghiacciaio Il primo ghiacciaio appare in lontananza, quasi all’improvviso. Da un belvedere vediamo Skaftafellsjökull per la prima volta: una colata di ghiaccio enorme che scende dalla calotta e si insinua nella valle come una lingua bianca. Da lontano sembra fermo, eppure si muove di qualche centimetro all’anno, schiacciato dal proprio peso. Mi avvicino al crinale, piccola dentro il paesaggio, e Alessandro mi fotografa così, di spalle. Ci fermiamo molto più a lungo del previsto. Facciamo anche un selfie davanti al ghiaccio — la prima volta del viaggio in cui ci diciamo a vicenda, con il volto, “siamo davvero qui”.
Selfie davanti al ghiacciaio Per oggi avevo prenotato un’escursione organizzata in super-jeep. Sui sentieri F-road più impegnativi la Duster non basta — bisogna saperlo — e una compagnia locale viene a prenderci con un Mercedes Sprinter 4×4 modificato, il classico mostro bianco con gomme da deserto e clearance altissima. Alessandro mi scatta una foto davanti a quel coso, in piedi con il cappotto chiaro e gli occhiali da sole. Sembro più piccola di quanto già sia. L’abbiamo fatto solo per quella mattina, ma è bastato per portarci dove altrimenti non saremmo mai arrivati: una valle interna, un torrente che non finisce sui blog.
Pomeriggio di trekking dentro gole strette e verdissime, sentieri lungo torrenti, piccole cascate nascoste fra pareti scure. Cammino davanti, Ale dietro con la macchina fotografica. Mi sento minuscola in mezzo a tutto questo, e non in senso brutto — in quel modo in cui ti senti minuscola davanti a qualcosa di così grande e così antico che è bello esserne dentro.
Sera tardi, una luce radente che taglia la gola di traverso, un torrente che scorre verde fra le pareti scure. Mi siedo un attimo su una pietra e ascolto l’acqua. Penso che sì, è proprio questo. È esattamente questo che cercavo quando ho cominciato a sognarlo.
Io davanti al super-jeep dell’escursione
Io nella gola di Múlagljúfur
Giorno 4Vík, puffin e spiagge nere
Direzione sud, verso Vík í Mýrdal, il villaggio più meridionale dell’isola. La mattinata parte tranquilla: faccio colazione davanti a una finestra che dà sul paesaggio rurale, un caffè caldo fra le mani, Alessandro che impreca sotto i baffi mentre rifa i bagagli. Ormai è un rito quotidiano: alloggio nuovo ogni notte. Cambiare casa ogni sera è faticoso, lo so, ma è l’unico modo per attraversare davvero un’isola.
Puffin di Dyrhólaey Prima vera tappa, le scogliere di Dyrhólaey. Qui nidificano migliaia di puffin, le pulcinelle di mare, e in agosto sono ancora in colonia. Sono creature ridicole e perfette — corpo nero, pancia bianca, becco arancione enorme che sembra disegnato da un bambino — e quando li vedi da vicino ti viene da ridere senza motivo. Ci sediamo a terra per non spaventarli, e in venti minuti ne arrivano una decina, alcuni a meno di un metro. Io trattengo il respiro per non muovermi. Ne portiamo a casa una trentina di foto e un sorriso che non se ne va più per il resto del giorno.
Puffin fra i fiori Scendiamo poi sulla spiaggia di Reynisfjara: sabbia nera lucida, e i monoliti basaltici dei Reynisdrangar che emergono dall’oceano come troll pietrificati. Il vento atlantico qui non scherza — ti rimette in riga in pochi secondi e ti spiega in pochi minuti perché in Islanda l’oceano viene preso sul serio (ogni anno qualche turista distratto si fa male per le onde anomale). Ci stringiamo nelle giacche e camminiamo lungo la battigia tenendo la giusta distanza dal mare.
Puffin, primo piano Per chiudere la giornata saliamo alla chiesetta di Vík, in cima alla collina che domina il paese. È bianca con il tetto rosso, e sullo sfondo si vedono ancora i Reynisdrangar nel grigio del mare aperto. È una delle immagini più riconoscibili di tutta l’Islanda, e in tre minuti capisco perché. Restiamo lì un po’ a guardare il villaggio in basso, con il vento che ci spettina. Stasera dormiamo qui.
Reynisfjara
Vík e i Reynisdrangar
Dyrhólaey
Reynisfjara
Giorno 5Svartifoss e Jökulsárlón
Svartifoss Il quinto giorno è quello che aspettavo di più di tutto il viaggio. Si parte di buon’ora dal parco di Skaftafell per il sentiero di Svartifoss, la “cascata nera”. Ci si arriva con una camminata di un’ora abbondante fra felci e betulle nane, e quando il salto d’acqua compare in fondo al sentiero resta solo da guardare: l’acqua bianca incorniciata da una parete di colonne basaltiche esagonali, perfette, formate dal raffreddamento lento della lava. Sembra un organo a canne — e in effetti hanno ispirato l’architettura della Hallgrímskirkja, la cattedrale di Reykjavík.
Dopo Svartifoss continuiamo dentro il parco. Cascate minori, gole verdissime, fiori blu in primo piano, un radura umida con la luce che filtra fra i rami. Múlagljúfur, in particolare, è una sorpresa che mi resterà addosso: un canyon stretto con cascate laterali e un belvedere panoramico che pochi conoscono. Facciamo un selfie con il canyon dietro — io e Ale, le facce arrossate dal vento, le braccia strette dentro le giacche. Quando rivedo la foto, settimane dopo, mi sembriamo davvero felici. Di quella felicità che non si recita.
Nel pomeriggio scendiamo verso il mare e arriviamo all’icona del viaggio: la laguna di Jökulsárlón. È un bacino d’acqua dove il ghiacciaio si stacca in blocchi enormi che galleggiano lentissimi verso l’oceano aperto. Il blu del ghiaccio antico è una cosa che non avevamo mai visto: metallico, opaco, profondo. Restiamo lì un’ora abbondante in silenzio, a guardare gli iceberg scivolare. Alcuni hanno forme appuntite come sculture, altri sono cavità da cui filtra una luce azzurrissima.
Mi viene un nodo in gola che non so spiegare. Sono soltanto blocchi di ghiaccio, lo so. Ma quando capisci che quel “blocchetto” lì pesa quanto un palazzo e che si è formato secoli fa dentro la calotta, qualcosa nella testa si riallinea. Alessandro mi cinge le spalle, e per un po’ non parliamo. È una sera che ricorderò.
Svartifoss
Svartifoss
Svartifoss
Skaftafellsjökull
Múlagljúfur
Io e Ale a Múlagljúfur
Jökulsárlón
Jökulsárlón
Jökulsárlón
Jökulsárlón
Jökulsárlón
Jökulsárlón
Breiðamerkursandur
Höfn
Giorno 6Costa orientale e fiordi
Stöðvarfjörður
Lasciamo la costa sud e cominciamo a risalire verso est. La strada qui rallenta, i panorami si fanno più verdi, il vento meno feroce. Cominciano i fiordi orientali: Stöðvarfjörður, Breiðdalsvík, Mjóifjörður. Sono nomi sconosciuti ai più, ma per chi guida sono ore di curve lente, baie chiuse, fioriture inattese, luce piena.
È la giornata più “on the road” del viaggio. Per dieci, venti minuti di seguito non incrociamo nessuno. Solo l’asfalto nero della Ring Road, i due binari bianchi della corsia, e davanti una montagna che cambia colore ogni quarto d’ora. Alessandro guida, io ho i piedi sul cruscotto e guardo. Per una volta non fotografo: voglio solo stare lì, dentro a quel silenzio.
Breiðdalsvík Ci fermiamo nel pomeriggio davanti a un campo fiorito che dà su una valle aperta. Macro di fiori viola e rosa, il terreno umido che riflette il cielo, il lago in fondo. Quando ci rimettiamo in macchina Ale mi dice: “il bello di guidare in Islanda non sono i POI, sono i venti chilometri fra un POI e l’altro.” Annuisco. È esattamente quello che stavo pensando.
Stöðvarfjörður
Stöðvarfjörður
Mjóifjörður
Mjóifjörður
Giorno 7Una pausa, una chiesa, un tramonto
Vík
Dopo sei giorni intensi, ci concediamo finalmente una pausa. Una chiesa bianca con tetto rosso, una strada colorata davanti, una stanza con vista sul tramonto, un libro che mi ero portata e che non avevo ancora aperto. In Islanda anche le soste fanno parte del viaggio: le distanze sono lunghe, i giorni precedenti sono stati pieni, e a un certo punto bisogna respirare.
Resto seduta davanti alla finestra fino a sera. Alessandro fa un sonnellino sul divano, fuori la luce gira piano (qui d’estate non fa mai davvero notte) e io penso che potrei restare qui per giorni a non fare niente. Domani si riparte verso il nord, ma intanto questa giornata vale tutto il resto.
Giorno 8Dettifoss e Goðafoss
Dettifoss Riprendiamo verso il nord, e la grandezza della natura islandese trova un altro livello. Dettifoss è la cascata più potente d’Europa: scarica una quantità d’acqua che si sente nel petto prima ancora che nelle orecchie. Spruzzi alti decine di metri, un arcobaleno permanente sul bordo del canyon, e un rumore che resta in testa per minuti dopo essersi allontanati.
Dettifoss Mi avvicino al ciglio tenendo Alessandro per mano. C’è qualcosa di intimidatorio in una cascata così — non è solo bella, è quasi violenta. La pietra sotto i piedi è viscida di umidità, e ogni tanto un’onda di vapore ti investe. Ci scattiamo qualche foto velocemente, indietreggiando, e ridiamo del nostro stesso timore.
Dettifoss Poco lontano c’è Hafragilsfoss, sorella minore di Dettifoss ma con un canyon ancora più scenografico. La giornata di guida è lunga: ci spostiamo verso ovest e nel tardo pomeriggio arriviamo a Goðafoss, la “cascata degli dèi”. Il nome viene da una leggenda dell’anno 1000: quando l’Islanda si convertì al cristianesimo, un capo islandese gettò qui dentro le statue degli antichi dèi pagani. È ampia, simmetrica, luminosa. Una cartolina perfetta — ma con dietro mille anni di storia, che è la cosa che mi piace di più.
Dettifoss
Hafragilsfoss
Hringsbjarg
Goðafoss
Goðafoss
Giorno 9Nord rurale e case torbate
Siglufjörður
Stafnshóll Saltiamo un giorno di trasferimento (per coprire i 3.200 chilometri totali del viaggio servono anche giornate “di passaggio”) e ripartiamo nel nord rurale. È l’Islanda di chi ci vive davvero, lontana dalle guide turistiche. Pecore al pascolo su promontori sul mare, piccoli edifici bianchi sparsi nel paesaggio, e soprattutto le case torbate tradizionali: abitazioni storiche costruite addossate al terreno e ricoperte di zolle erbose, talmente integrate da sembrare cresciute dal prato.
Stafnshóll Sono ricostruzioni museali, ma rendono perfettamente l’idea: per secoli gli islandesi hanno vissuto così, fra il vento e l’erba. Mi commuovo un po’, come spesso mi capita davanti alle architetture che non si oppongono al paesaggio ma ci si fondono. Alessandro fotografa, io entro in una di quelle case e mi siedo un attimo sulla panca di legno. Fa caldo, profuma di torba. Resto in silenzio.
Skagafjörður
Giorno 10Verso Snæfellsnes
Snæfellsnes
Skagafjörður Ci avviamo verso Snæfellsnes, la penisola che si allunga a ovest. È un avvicinamento lungo, fatto di gole d’acqua, cascate isolate, paesini di poche case. E poi, all’improvviso, lo riconosco: il profilo del Kirkjufell, la montagna a forma di chiesa, una delle silhouettes più fotografate del mondo. È quella che esce nelle ricerche immagini quando scrivi “Iceland”.
La vediamo da angolature diverse a luci diverse, lungo una spiaggia di sabbia chiara con il mare quasi fermo. Ci fermiamo a fotografarla per un’ora intera: ogni quarto d’ora la luce gira e la foto è diversa. Alessandro mi prende in giro perché non riesco a staccarmi. “Ne abbiamo cento, quante te ne servono?” Una di più, sempre una di più.
Giorno 11Snæfellsnes, chiusura del cerchio
Kirkjufell
Kirkjufell Ultimo giorno. Snæfellsnes ha tutto in cento chilometri: cascate, ghiacciaio, costa lavica, montagne. Cominciamo con Hraunfossar, dove l’acqua sgorga letteralmente dalle colate laviche — non viene da una sorgente in alto, esce dalla parete, da centinaia di piccoli rivoli simultanei. È una delle cose più strane che si possano vedere su questo pianeta.
Kirkjufell Proseguiamo lungo le scogliere lavorate dall’oceano per migliaia di anni. Sosta dopo sosta, gli scenari si fanno più sobri, più severi, e mi accorgo che è proprio questa la nota giusta per chiudere il cerchio. L’Islanda, dopo dodici giorni, non ha voglia di salutarci con un’esplosione di colori — preferisce farlo con il vento e con la roccia.
Hraunfossar Il finale è una scogliera di basalto nero, lucida di salsedine, con monoliti costieri che emergono dall’oceano calmo. Ci sediamo su un masso, vento sulle facce, mani fredde. Stiamo zitti per un bel po’. L’isola ci ha accolti dodici giorni fa con il turchese di Brúarfoss e ci saluta con uno spuntone di roccia in mezzo al mare. Stasera dormiamo vicino all’aeroporto e domattina riconsegniamo la Dacia Duster: ha 3.200 chilometri in più di quando l’abbiamo presa, fango sui passaruota, e un’aria orgogliosa. Le abbiamo voluto bene.
Hraunfossar
Snæfellsnes
Snæfellsnes
Leggjabrjótur
Tornare a casa dopo dodici giorni di Islanda è una cosa strana. Il telefono pieno di foto, i piedi ancora un po’ bagnati, le strade di Reykjavík che mi restano in testa con quel suono di lingua nordica che non si riesce mai davvero a pronunciare. È un viaggio che si racconta male: le foto rendono la scala, ma non il vento; rendono i colori, ma non la temperatura; mostrano le cascate, ma non il rumore. Le pozze calde, te le devi immaginare. Il silenzio dei fiordi anche. Quello che posso dirti è soltanto questo: prenotati un’auto, scegli una serie di alloggi diversi, lascia spazio agli imprevisti, e parti. L’Islanda farà il resto. Io, intanto, ho già ricominciato a sognare il prossimo viaggio. Magari l’Islanda di nuovo, ma d’inverno — per provare a vedere l’aurora.